11/11/2015

idee

L'impatto del Jobs Act sulle aziende: la riforma piace, ma non e' sufficiente

 

Un'indagine condotta da De Luca & Partners evidenzia che negli ultimi sei mesi solo 3 persone su 10 hanno visto un aumento dei contratti a tempo indeterminato. La riduzione del cuneo fiscale e del costo del lavoro resta il nodo cruciale per raggiungere la flesssibilità

Quali sono stati i reali effetti del Jobs Act sul mercato del lavoro? Obiettivi come stabilità per i lavoratori e flessibilità per le aziende sono stati raggiunti o sono necessarie ulteriori misure per soddisfare le esigenze di dipendenti e datori di lavoro?
Per rispondere a queste e altre domande, De Luca & Partners - studio legale specializzato nel campo del diritto del lavoro, ha svolto un'indagine rivolta ad aziende nazionali ed internazionali operanti nel territorio italiano.
Al sondaggio hanno contribuito oltre 200 tra Amministratori Delegati, General counsel e Direttori del personale di importanti compagnie, di cui il 40% appartiene a gruppi internazionali.

L'impatto del Jobs Act sulle aziende: la riforma piace, ma non e' sufficiente

I risultati forniscono uno spaccato delle valutazioni delle aziende di fronte alle novità messe in campo dalla recente Riforma del Lavoro.
A 8 intervistati su 10 la riforma piace, ma non basta
Dal sondaggio emerge che ben l'84% del campione è stato positivamente colpito dalle riforme avviate dal Jobs Act, grazie alle quali il Diritto del Lavoro ha potuto compiere un "sostanziale progresso". Chi si è dichiarato favorevole ai cambiamenti attuati con il Jobs Act apprezza in particolar modo la possibilità data alle imprese di aumentare le assunzioni e promuovere gli investimenti (46%), oltre a determinare un maggiore equilibrio tra i diritti delle parti del rapporto di lavoro (40%). Tuttavia, solo il 32% degli intervistati ha dichiarato di aver visto crescere significativamente il numero di lavoratori assunti a tempo indeterminato nella propria azienda a partire dal marzo 2015.

Seguici: 

Incentivi alle assunzioni e semplificazione sono gli aspetti della Riforma che convincono maggiormente sia le aziende, sia i dipendenti: il 69% di loro ritiene infatti che il contratto a tutele crescenti e l'esenzione contributiva introdotta dalla Legge di stabilità siano i principali vantaggi offerti dal Jobs Act. Senza dimenticare, inoltre, l'abolizione dell'obbligo di indicare la causale per le assunzioni a tempo determinato (34%), il riordino delle tipologie contrattuali (30%) e la revisione della disciplina delle mansioni (28%).
Inoltre, nonostante l'applicazione del contratto a tutele crescenti per i neoassunti, non si è registrato un blocco del turnover all'interno delle aziende. Al contrario, 7 su 10 dei partecipanti all'indagine (72%) hanno dichiarato che la riforma non ha influito sulla propensione dei lavoratori a cambiare lavoro.
Obiettivo di flessibilità ancora lontano

In un mercato del lavoro tradizionalmente statico come quello italiano, la percezione è che si possa e si debba ancora fare molto: il 58% degli intervistati, infatti, ritiene che la Riforma non sia sufficiente a raggiungere l'obiettivo di maggiore flessibilità nella gestione dei rapporti di lavoro.
L'ostacolo maggiore agli investimenti e alle assunzioni è, secondo il 79% del campione, l'elevato costo del lavoro, seguito dalle difficoltà create dalla burocrazia (52%) e da una normativa troppo complessa (49%). Non solo: a spaventare le aziende sono anche la scarsa flessibilità in uscita per i vecchi assunti (42%) e la mancanza di chiarezza in materia previdenziale e assistenziale (32%).
E di fronte alla domanda che chiede quali aspetti della Riforma debbano essere migliorati, non ci sono dubbi: l'esigenza diffusa è una riduzione del cuneo fiscale (73%) e del costo del lavoro (70%), senza però trascurare la diminuzione degli adempimenti burocratici a carico di datori di lavoro e lavoratori (53%), la riduzione dei tempi di giustizia (42%) e la semplificazione della normativa previdenziale e assistenziale (40%). Dal punto di vista strettamente contrattuale, invece, ben il 40% degli intervistati ritiene necessario poter applicare il contratto a tutele crescenti a tutti i rapporti di lavoro subordinati e non solo a quelli instaurati a decorrere dal 7 marzo 2015.

 



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