13/01/2016

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Il (falso) potere della predizione

O'Carroll (Aberdeen AM): in un mondo fatto di incertezze è inevitabile commettere errori quando si formulano pronostici. Sono troppi e comuni i fattori o eventi che possono indurre a previsioni che si rivelano sbagliate. E secondo l'FMI gli economisti tendono ad essere un po? troppo ottimisti

Ecco una predizione: le previsioni degli economisti per il 2016 non saranno più attendibili di quelle formulate per il 2015.
Proviamo a confrontare le stime di consensus risalenti all'inizio di quest'anno con l'effettiva situazione odierna: le aspettative per la crescita globale nel 2015 sono state riviste al ribasso e l'inflazione nelle economie avanzate è molto più debole del previsto, nonostante siano state varate misure inattese di incentivazione in alcuni paesi (Eurozona e Cina) e la politica dei tassi "più bassi più a lungo" sia stata inaspettatamente protratta in altri (Stati Uniti e Regno Unito).
Inoltre, alcuni degli eventi che hanno influito maggiormente sull'andamento dell'economia mondiale nel 2015, e che potrebbero continuare a far sentire i propri effetti anche negli anni a venire, esulavano del tutto dalla mente degli economisti a inizio anno. Tra questi, citiamo il crollo dei prezzi delle materie prime e il grande flusso migratorio di persone provenienti da Siria, Afghanistan e altri Paesi che tentano di raggiungere l'Europa.

Il (falso) potere della predizione

Non si tratta certo di un fenomeno nuovo: la reputazione degli economisti in fatto di previsioni è probabilmente pari a quella di meteorologi e astrologi.
Eppure, proprio come nelle altre due professioni, i servizi degli economisti sono sempre molto richiesti, dalle imprese che devono stilare piani strategici alle banche centrali che tentano di conseguire i target inflazionistici e agli investitori che ricercano le migliori opportunità. Allora perché siamo così poco capaci di prevedere cosa succederà in futuro? E, dato che riconoscere un problema è il primo passo per risolverlo, quali previsioni ci consente di fare per il 2016 quest'amara consapevolezza?
In un mondo fatto di incertezze è inevitabile commettere errori quando si formulano pronostici. Le nostre previsioni possono essere disattese o persino ribaltate da eventi che, per quanto comuni, non possono essere previsti in anticipo, come variazioni della produzione petrolifera, fluttuazioni del volume dei raccolti o exploit politici. Possono rivelarsi errate anche in virtù di errori tecnici, ad esempio modelli previsionali da cui sono state escluse variabili che in seguito dimostrano di avere un forte impatto sul comportamento economico.

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Con il passare del tempo, dovremmo riuscire ad imparare dai nostri errori e migliorare l'accuratezza delle previsioni, proprio come hanno fatto i meteorologi britannici dopo le tempeste dell'ottobre 1987 che colsero tutti di sorpresa.
Altre cause di errore sono più ardue da trattare poiché di per sé più difficili da concepire. Ne sono un esempio i cosiddetti "cigni neri" di Nassim Nicholas Taleb, eventi che si verificano senza essere preceduti da casi analoghi di rottura strutturale di rapporti considerati stabili, come quello esistente tra i tassi di disoccupazione e l'inflazione salariale.
Ancora otto anni dopo la crisi finanziaria, le banche centrali resteranno probabilmente dell'idea che il rischio di fare troppo poco è peggiore del rischio di fare troppo.
Ma dato che gli economisti non sono gli unici a sbagliare le previsioni, esistono forse dei tratti comportamentali comuni che è possibile ravvisare al di là delle aride spiegazioni tecniche? Uno di questi potrebbe essere l'eccesso di fiducia nelle nostre capacità previsionali.

Come riferisce Ben Broadbent, membro del Comitato per la politica monetaria nel Regno Unito, alcuni studi hanno dimostrato che quanti si dichiarano "convinti al 100%" di qualcosa finiscono per avere ragione solo nel 70-80% dei casi.
Un'altra caratteristica comune è la tendenza a esagerare, con il senno di poi, il grado di probabilità che avevamo attribuito a un dato evento prima che si verificasse e a minimizzare, invece, la probabilità degli eventi che non si sono verificati. È una variante del cosiddetto "fenomeno dell'orologio fermo": anche un orologio con le lancette rotte segna l'ora giusta due volte al giorno.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha fatto notare che gli economisti, nonostante pratichino una scienza inesatta, tendono a essere eccessivamente ottimisti riguardo al futuro, tanto che hanno sovrastimato in modo sistematico i tassi di crescita nel periodo 1990-2007. L'FMI suggerisce che questa tendenza potrebbe essere dettata dalla selezione naturale: esistiamo contro ogni probabilità, perciò guardiamo il lato positivo!

Se questo è davvero il nostro atteggiamento e queste le ragioni che lo spiegano, allora dobbiamo correggere le distorsioni del nostro pensiero, o quantomeno provarci. Prendere in considerazione non soltanto le previsioni in sé e per sé ma anche il corollario di rischi annessi è esattamente ciò che gli economisti si sono impegnati maggiormente a fare dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale. Così facendo, imprese, banche centrali e investitori possono rendersi conto di quale andamento potrebbero avere le loro strategie commerciali, di politica monetaria e d'investimento in scenari diversi da quello di base. E poiché alcuni studi dimostrano che ci sono professioni più realistiche di altre nel valutare la propria capacità predittiva (ad esempio, i meteorologi sembrano cavarsela meglio dei dottori), un feedback regolare da parte degli utenti sull'accuratezza di previsioni e scenari potrebbe contribuire a migliorarne la qualità.

Tenendo presente quanto detto sin qui, cosa succederà all'economia mondiale nel 2016?
In primo luogo, ancora otto anni dopo la crisi finanziaria, le banche centrali resteranno probabilmente dell'idea che il rischio di fare troppo poco è peggiore del rischio di fare troppo. Se così fosse, i tassi d'interesse verranno mantenuti su livelli eccezionalmente bassi ed è possibile che vengano introdotte ulteriori misure di incentivazione.
In secondo luogo, pur essendo improbabile lo scoppio di una guerra valutaria aperta, visto che finirebbe per danneggiare tutti, le ostilità su questo fronte non sono comunque da escludersi.
Infine, assisteremo a una revisione della storia recente. Le stime sulla crescita vengono spesso riviste poiché gli enti di statistica ricevono nuove informazioni e le correzioni che apportano possono essere significative, ad esempio al punto di smentire che il Regno Unito abbia attraversato una recessione a W dopo la crisi finanziaria globale.

Non sono questioni da poco, in quanto alterano la nostra percezione, e quella delle banche centrali, in merito allo stato di salute dell'economia mondiale. Non stupisce dunque se talvolta le previsioni economiche si rivelano poco affidabili: non è facile formulare predizioni (informate) sul futuro dell'economia mondiale quando non conosciamo esattamente neppure il suo passato.
Lucy O'Carroll, Chief Economist, Investment Solutions presso Aberdeen AM

 



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