03/02/2016

economia

La Cina adesso rallenta ma la tendenza e' quella dello sviluppo

 

Ithurbide e Borowski (Amundi): ci attendiamo che la crescita cinese diventi sempre più guidata dai servizi. Nel 2016 il ribilanciamento che è in atto dovrebbe agire come un cuscinetto di protezione contro una più violenta contrazione nel settore manifatturiero

In Cina, il rallentamento in atto non è una novità e, sotto molti aspetti, era inevitabile: è in primo luogo legato alle caratteristiche demografiche del Paese e al cambiamento di un modello economico in cui i servizi hanno sostituito l'industria.
L'economia è semplicemente nel mezzo di una crisi di eccesso di produzione e così continuerà a rallentare nei prossimi anni. Di fatto è la crescita potenziale che sta rallentando in Cina (invecchiamento della popolazione, minori incrementi di produttività) e nella maggior parte dei mercati emergenti. Comunque, la buona notizia è che un ribilanciamento è già in atto, con uno spostamento di attività dal settore manifatturiero a quello dei servizi insieme con uno spostamento dagli investimenti ai consumi.

La Cina adesso rallenta ma la tendenza e' quella dello sviluppo

Attualmente, il PIL reale nel settore dei servizi ha avuto una qualche accelerazione lo scorso anno (dal +7,8% del IV trimestre 2014 al +8,3% del IV trimestre 2015) mentre stava rallentando rapidamente quello del settore manifatturiero (dal +7,3% del IV trimestre 2014 al +6,0% del IV trimestre 2015). Grazie a questo sfasamento tra il settore dei servizi e il settore manifatturiero, il PIL complessivo dovrebbe assestarsi intorno al 6% sia nel 2016 che nel 2017. Notiamo che i servizi sono già diventati un contributore significativo all'occupazione e crediamo che lo sviluppo dei servizi, che è stato dimostrato essere fortemente collegato al reddito pro-capite in molte economie avanzate, sia attualmente sottostimato dal mercato.
Alla luce dell'esperienza con le principali economie avanzate, ci attendiamo che la crescita cinese diventi sempre più guidata dai servizi. Nel 2016 il ribilanciamento che è in atto dovrebbe agire come un cuscinetto di protezione contro una più violenta contrazione nel settore manifatturiero.

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In aggiunta, in caso di emergenza la PBOC e il governo cinese si muoverebbero per "stemperare" il ciclo. La Cina ha ampi spazi di manovra. Quando sono stati posti in essere i vari programmi di QE a livello globale, la PBoC, si è sempre mossa in ritardo se confrontata con le altre banche centrale e, anche in questi ultimi mesi, si è difficilmente mossa. In particolare riteniamo che qualsiasi evento che potrebbe mettere in discussione il ribilanciamento dell'economia comporterebbe interventi importanti di carattere fiscale e monetario. Ci aspettiamo che sia la PBOC che il governo faranno qualsiasi cosa necessaria per rendere agevole il processo di transizione.
La questione dello yuan (che è stato incluso nel basket internazionale di rilevamento del FMI a ottobre 2016) è diventato un punto di domanda durante la scorsa estate e ancora all'inizio dell'anno. Il rapido apprezzamento dello yuan partito dalla crisi finanziaria del 2008, sulla scia del rafforzamento del dollaro e della svalutazione di diverse valute emergenti, è diventato gravoso per la Cina. Ma non ci dobbiamo aspettare una rapida e massiva svalutazione: la Cina vuole promuovere lo yuan come valuta internazionale mentre l'economia non è così dipendente dalla valuta come nel 1994, quando la Cina svalutò la propria valuta di 1/3. Le autorità sono intervenute recentemente al fine di stabilizzare il tasso di cambio (ponderato i volumi di commercio estero) e, molto probabilmente, continueranno a farlo. E' probabile che il governo voglia che lo yuan diventi "un'ancora" regionale. Dato che una guerra delle valute non sarebbe in linea con questo obiettivo ci aspettiamo una svalutazione graduale verso USD entro la fine dell'anno. Tuttavia le autorità cinesi potrebbero stabilire nuove regole sul controllo dei capitali per arrivare a questo obiettivo.

Philippe Ithurbide (Global Head of Researches, Strategies and Analisys) e Didier Borowski (Head of Macroeconomics), Amundi



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