25/09/2019

idee

Perchè l'aumento del prezzo del greggio ci penalizza

 

Causerà un aumento dell'inflazione ma sarebbe importata, e verrebbe a generare una ulteriore diminuzione della capacità di acquisto dei consumatori, con un possibile calo della crescita economica

Il bombardamento dei due stabilimenti di raffinazione petrolifera della Aranco (Arabia Saudita), ha avuto come ovvia reazione la crescita del prezzo del petrolio.
Non quanto ci si sarebbe aspettati in termini catastrofistici (100 dollari al barile, secondo alcuni osservatori), ma comunque un rialzo sufficiente per avere impatto sull'economia mondiale.
Purtroppo ci è toccato sentire "autorevoli commentatori" nostrani fare osservazioni che di tecnico e scientifico avevano ben poco, finendo per esprimere previsioni che non solo si riveleranno errate, ma anche fuorvianti per i consumatori.

Perch l'aumento del prezzo del greggio ci penalizza

Per esempio: "se il prezzo del petrolio sale, è un bene poiché così finalmente si alza l'inflazione".
Tocca dissentire. E' vero che il prezzo del petrolio ha un effetto molto forte sull'inflazione. Ma in questo caso però, essendo inflazione importata (esogena), questa verrebbe a causare una diminuzione della capacità di acquisto dei consumatori, con un possibile calo quindi della crescita economica, in un momento in questa è già in calo per fattori di carattere internazionale.
Inoltre, tutti gli sforzi di Draghi per tenere svalutato l'euro nei confronti del dollaro - così chi esporta rimane competitivo - verrebbero sterilizzati o quasi, visto che il barile di greggio lo si paga in dollari. E se la materia prima costa di più, hai voglia svalutare per mantenere il tuo appeal sui mercati. Tenendo conto che ormai c'è poco da agire sul fronte del costo del lavoro, in alcuni Paesi più di altri, Italia compresa.

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Il petrolio è quindi destinato certamente a crescere, ma occorre ricordare che siamo in una fase di frenata globale del commercio, che porta immancabilmente ad un rallentamento delle diverse produzioni industriali.
Per esempio, ad agosto quella cinese ha fatto registrare un +4,4%. Un dato che verrebbe festeggiato in Eurozona, ma che per Pechino significa il peggior risultato da 17 anni. Nonostante le apparenze e le dichiarazioni, la politica dei dazi di Trump si fa sentire: in mancanza di ordinativi non si produce.
In ogni caso la Cina non risentirà degli aumenti del petrolio, forte del recente accordo con l'Iran che la mette al sicuro da probabili fluttuazioni di prezzo future. La stessa situazione non vale per altri Paesi anch'essi dipendenti dal petrolio, Italia compresa.
Anche se l'Arabia Saudita ha dichiarato un ritorno al 70% della capacità operativa molto presto, più si protrarrà il fermo degli impianti e più i prezzi tenderanno al rialzo. Ma questo verrà tenuto a freno dalla vendita delle scorte saudite e americane oltre che, mezzo molto più efficace, dalla crisi globale che ormai bussa alla porta da un po'.

Oscar Leoni



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