09/10/2019

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Marzotto (Dondup): l'Italia ha bisogno di competenze alla guida

Va tenuto in grande considerazione lo scenario in cui siamo, poiché noi dipendiamo da tanti clienti che comprano le nostre merci e i nostri servizi all'estero

Il nostro è un grande Paese dalle enormi potenzialità. Ma per esprimerle servono regole che siano condivisibili e di medio lungo periodo, investimenti infrastrutturali, minore burocrazia, una riforma della giustizia, e interventi che consentano alle aziende di creare lavoro ed espandersi. Portando a compimento anche la trasformazione digitale. Ne abbiamo parlato con Matteo Marzotto, Presidente Dondup
In un mondo globalizzato in rallentamento, che cosa può fare l'industria italiana?
Sul rallentamento del mondo globalizzato probabilmente bisognerebbe discutere su chi rallenta e perché rallenta. Intanto pensiamo a noi. Il Paese ha un grande indebitamento e questo rende meno agevole le decisioni da prendere, quelle di strategia economica e, di conseguenza, politica.

Marzotto(Dondup): l'Italia ha bisogno di competenze alla guida

Io credo che vada tenuto in grande considerazione lo scenario in cui siamo, poiché noi dipendiamo da tanti clienti che comprano le nostre merci e i nostri servizi all'estero.
Dipendiamo dall'essere parte di un sistema integrato e quindi non possiamo permetterci di star fuori dall'Europa, di star fuori da nulla che sia un grande club come l'Europa. Però non abbiamo molto margine, ma se analizzassimo l'avanzo, il saldo al netto degli interessi passivi, saremmo uno dei migliori Paesi del mondo, nonostante tutti i nostri limiti. Però questo non è: il debito c'è e va ripagato.
Mi auguro fermamente che ci sia una grande competenza a monte. Perché chi deve decidere deve essere competente, non deve essere pressato dal breve termine, cosa che purtroppo vediamo sempre più spesso anche in altri grandi Paesi leader nel mondo.

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Abbiamo bisogno di stabilità e continuità di azione, competenza umiltà e perseveranza. Mi pare che questo sport nazionale di strillare dei concetti ad effetto che poi sono difficili da applicare, non faccia bene né alla credibilità della politica né tanto meno sugli effetti che si hanno nella gestione del Paese.
Che cosa significa per voi la trasformazione digitale?
Chiedere della trasformazione digitale è come chiedere l'importanza del mezzo a motore a combustibile fossile dopo l'uso dei cavalli col calesse o la diligenza. E' semplicemente una rivoluzione culturale necessaria. E' uno strumento come ce ne sono stati tanti nella storia, che però essendo molto complesso e permeando tutta la filiera, deve essere capito, conosciuto, applicato, anche con investimenti rilevanti accompagnati da sforzi culturali, nei tempi giusti e nelle modalità giuste.

Bisogna anche un po' sdrammatizzare il fatto che sia una rivoluzione. La rivoluzione c'è stata tante volte nella storia. Per chi come me lavora da qualche decennio, di cose particolarmente rivoluzionarie ne abbiamo viste anche altre. Mi pare uno strumento semplicemente di cui non si può fare a meno. La scommessa è applicarlo bene rispetto alla propria filiera di riferimento.
Quali sono le maggiori difficoltà nell'applicarlo specialmente in Italia?
Il Paese non è sempre cablato al meglio. E quindi anche il luogo di riferimento diventa un sito dove si possono applicare delle norme di più e meglio. Anche questo, come sempre in Italia, è un po' a macchia di leopardo. Ma il Paese ha le capacità e le competenze tecniche che si possono reperire sul mercato. E' mediamente sempre stato di avanguardia in settori specifici.

Io credo che oggi la vera complessità sia per l'imprenditore o per il manager capire la priorità e applicarla. In Italia l'offerta per fare una vera trasformazione digitale della propria filiera e della propria industria penso senz'altro che ci sia.
L'Italia ha un fortissimo export. Come si possono rilanciare i consumi interni?
E' una domanda da un milione di dollari. Ci vogliono delle regole che siano condivisibili e di medio lungo periodo. La spinta verso nuovi investimenti infrastrutturali è una risposta, ma non è l'unica. Un po' di semplificazione burocratica su ciò che riguarda la vita delle aziende e le persone tutti i giorni. E poi una razionalizzazione di tutto l'impianto giuridico, quindi risposte più chiare e univoche rispetto alle varie aree del Paese in merito agli stessi argomenti sarebbe auspicabile. Così come una giustizia più veloce e "certa" almeno nei tempi. E poi c'è tutta la parte della fiscalità: pagare le tasse, magari meno e tutti.

Ci sono diverse aree che possono avere una ricaduta immediata sulla vita del cittadino e dell'impresa. In fondo tutti noi ogni giorno, con cappelli diversi, ci svegliamo cittadini, andiamo a lavorare (magari come manager), siamo specialisti di singole cose, e poi torniamo cittadini. Ci dobbiamo confrontare con questa doppia, tripla o quadrupla natura.
Sembra banale, però abbiamo visto - e questi governi recenti hanno anche fatto cose - che una norma quando viene fatta e viene applicata la qualità della vita delle imprese migliora subito.
Quello che io auspico è che colui che legifera sia competente, non può essere una cosa nazionalpopolare in cui si fa un grande referendum, o piccolo referendum tra pochi, dove ognuno dice la sua. Secondo me l'élite deve essere una élite culturale e di competenza. Credo che l'Italia abbia tutti gli elementi per avere questi soggetti.

Quanto è importante per un'azienda oggi il fattore sostenibilità?
La sostenibilità non è importante per fare azienda. Rischiando di andare verso la demagogia, diciamo che è diventato improvvisamente importante. Chi come noi ha alcuni decenni di lavoro e di esperienza, e fa un po' di autocritica, probabilmente vede che alcune delle cose che stanno succedendo adesso le sa da trent'anni. Adesso sono diventate molto più evidenti, e iniziano ad incidere nella qualità della vita di tutti i giorni, sempre con il cappello di semplice cittadino di un Paese. Quindi credo che ognuno debba caricarsi della sua parte di azione o di responsabilità.
Personalmente considero che per arrivare alla sostenibilità si debba passare dalla circolarità. Il vero cammino virtuoso è applicare uno stile di vita, anche aziendale, che sia tendente alla circolarità. Non possiamo dimenticarci che siamo a questo punto, abbiamo questa quantità di emissioni nell'atmosfera, ma abbiamo questo stile di vita, in cui in poche ore si gira tutto il mondo con gli aeroplani, perché se no questa è demagogia. Non è che possiamo tornare al calesse, di cui accennavo prima. Possiamo però cercare con l'ausilio della tecnologia e con di una visione di medio lungo termine, di incidere adesso anche creando valore. Credo che il mondo della circolarità sia un mondo che se ben pilotato, può creare valore adesso ed elevato e duraturo per il futuro.

 



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