08/07/2020

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Algoritmi e social al tempo del #StopHateForProfit - Punto e a capo

 

Si può limitare la libertà di parola e di espressione? E fino a che punto si può intervenire?

I social network sono sotto scacco. Non è una questione solo di post che non vengono rimossi, ma la questione sta diventando ideologica.
Premetto la mia posizione, lo dico subito, che è di libertà assoluta perché se c'è libertà di espressione, sancita dalla Costituzione, non capisco la censura che potrebbe essere operata da un social network su quali basi possa appoggiarsi, è altrettanto evidente che lo strapotere di questi social sta diventando quanto meno discutibile.

Algoritmi e social al tempo del #StopHateForProfit - Punto e a capo

Parlerei di casi che ho vissuto in prima persona nell'ultimissimo periodo, non devo nemmeno andare troppo in là nel tempo. La diretta Facebook del #LateTechShow in edizione spagnola, condotto da Michele Iurillo, è stata bloccata due volte per un reclamo non ben precisato, che ha comportato anche il blocco temporaneo della pagina Facebook. Ovviamente non c'era nessun contenuto che andasse contro le norme d'uso e tutto è stato ripristinato nel giro di pochissime ore.
Youtube ci ha inviato un messaggio di violazione della privacy relativo a un'intervista, ovviamente rilasciata regolarmente. Nonostante avessimo fatto presente che non si trattava di nessuna privacy violata ma di intervista giornalistica, abbiamo ottenuto che il video sia visibile ovunque tranne in Svizzera. In base a cosa non si sa ma nessuno ha mai pensato di rispondere.

Linkedin mi ha bloccato per una giornata sostenendo che stavo violando i termini di utilizzo perché "attraverso il mio account è stato visualizzato un numero insolitamente elevato di pagine e di profili di utenti", quando non ero nemmeno davanti a uno schermo.
A queste operazioni si aggiungono segnalazioni di amici cancellati da Google Adsense, account di affiliazione Amazon e persino account di eBay andati in fumo, nonché le richieste che restano inascoltate di violazione di copyright o, peggio ancora, di sostituzione di nome, per altro registrato.
E' chiaro che con livelli di traffico importanti sia necessario ricorrere ad algoritmi per effettuare il controllo, ma sarebbe il caso che un utente possa difendersi, nel bene o nel male, mentre nella maggior parte dei casi non solo non ci si può difendere, ma non si conoscono nemmeno gli estremi per cui viene contestata un'azione.

Seguici: 

In una società fondata nel diritto, questi elementi infastidiscono e a maggior ragione infastidisce la mancanza di risposte, la vaghezza delle stesse e l'idea di essere colpevoli di qualcosa che magari non si ha commesso direttamente.
Sembrerebbe ideologica anche la campagna #StopHateForProfit, che vede protagoniste tante aziende leader nel loro settore a livello mondiale e che hanno deciso di togliere la pubblicità su Facebook. L'idea è spingere le piattaforme a bloccare la diffusione di messaggi, che sono post, video, immagini, commenti e meme che inneggiano all'odio.
Stiamo parlando di cifre considerevoli che potrebbero superare i 50 miliardi di dollari di budget pubblicitario, perché ci sono oltre 100 aziende che stanno aderendo a questa campagna.
L'obiettivo della campagna è far cambiare le politiche dei social network. E' accaduto già in passato con Youtube, oppure su Twitter quando ha messo i puntini sulle "i" ad un post di Trump.

Il problema non sono quindi le fake news come ci raccontano da mesi i media? Il problema sono i messaggi d'odio scritti sotto i qualsiasi post. Per fare un esempio, basta passare cinque minuti sotto i post di un politico italiano qualsiasi per rendersi conto del livello a cui siamo arrivati, scrivendo cose attraverso un nome e un cognome che mai ci sogneremmo di dire in una pubblica piazza.
Questi messaggi, soprattutto questo odio, questi post che dividono, rappresentano una grande fetta di "attenzione" da parte degli utenti dei social network e ovviamente generano traffico che è poi la ragione per cui i brand vogliono fare pubblicità. Ma a nessuno verrebbe in mente di fare pubblicità sotto un messaggio di odio, l'associazione sarebbe troppo pericolosa.
Eppure accade e anzi, più i post sono seguiti e più l'algoritmo propone la pubblicità soprattutto di messaggi generalisti.

Il problema non è la pubblicità profilata, ma quella generalizzata, simile a quella della TV. Il motivo per attaccare una pubblicità c'è sempre e vi sfido a cliccare qualsiasi messaggio pubblicitario sui social, non il link del messaggio ma il suo post e vedrete dei commenti tra il surreale e la fantascienza.
Si insulta qualsiasi cosa in qualsiasi modo e quindi la pubblicità va in sofferenza.
Per assurdo, il target di messaggi polarizzati e di odio sono molto ambiti per esempio dai politici e stiamo andando incontro alle elezioni, per esempio negli USA.
Quindi, i social network devono bilanciare questi messaggi al fine di catturare i budget pubblicitari per messaggi generalisti e per quelli targetizzati. E' un algoritmo che lo fa, deciso da programmatori umani, ma è qualcosa di totalmente digitale che prende le decisioni e che fa guadagnare i social network.

Siccome Twitter si è mosso in un certo modo verso il controllo dei contenuti, si pretende che accada anche per Facebook. La creazione di contenuti sensibili ai piccoli è già stata una battaglia vinta, per cui su Youtube c'è un'apposita funzione per dichiarare agli investitori a chi è rivolto il contenuto.
Credo che ci sia una differenza tra le due operazioni, perché un conto è un controllo e una censura su chi crea contenuto, un conto è limitare il pensiero e l'espressione in termini generici. Oggi potrebbero essere cancellati dei profili di persone che non la pensano come me, che esagerano, ma domani il vento potrebbe cambiare. La storia sembra che ci abbia segnalato qualche stortura davvero molto preoccupante e non serve scomodare Hitler o Stalin.
La base di discussione non è basata sui valori e sull'etica e il rischio che corriamo è di commettere errori enormi nel futuro, soprattutto se lasciamo poi decidere a degli algoritmi, a delle macchine, cosa fare. Già gli algoritmi ci mostrano sostanzialmente messaggi che vengono selezionati tra i tanti creati dai nostri "amici follower" in base alle nostre preferenze e catalogazione, ma la rimozione dei contenuti non va mai bene. Non è una risposta e non può essere una pretesa da parte di grandi brand che, non tutti lo sanno, non investono direttamente i budget, ma lo fanno spendere ai centri media, terze parti che dovrebbero valorizzare quegli investimenti.

Abbiamo un problema, quindi, con gli algoritmi, con l'intelligenza artificiale, ma anche di gestione, controllo e, non ultimo, l'educazione. Ai ragazzi, quando sono chiamato a parlare nelle scuole, dico sempre che la regola aurea per ogni messaggio sui social network è che "non ti faccia vergognare davanti ai tuoi nonni".
Semplice, lineare e, ve lo assicuro, funziona. Basta provare.
L'elemento di discussione dovrebbe essere sul fatto che queste piattaforme che sono in grado di orientare politiche ed economie di Stati, e i casi sono sotto gli occhi di tutti, e non abbiamo ancora imparato niente. Ora viene chiesto loro di decidere sulle nostre vite digitali
Siamo sicuri che vada bene così?

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