13/01/2021

editoriale


Anche l'OCSE demolisce l'austerity 

Se ne sono accorti anche i media mainstream: MES e Recovery Fund sono debiti e non elargizioni generose da parte dell'Europa.
Prestiti che andrebbero restituiti e porterebbero ad avere una precisa serie di scadenze per farli tornare indietro.
Anche se di natura diversa, presentano entrambi le condizionalità che sono presenti nei trattati, e c'è un palese motivo per cui, per esempio, nessun Paese si è sognato di accedere al MES sanitario.
Con i fondi arriverebbe la Troika e si finirebbe in una situazione analoga alla Grecia 2011.
Peraltro, proprio in questi mesi i rendimenti del nostro debito si sono quasi azzerati, visto che tanto copre la BCE con il piano PEPP.
E infatti, nonostante il debito record per il 2020, la spesa per interessi è stata 1,4 miliardi in meno rispetto al 2019.
Un altro mito dei "soldi a buon mercato che ci mette a disposizione l'Europa" miseramente caduto.
Basta emettere BTP per coprire il fabbisogno, che si tratti di nuovi ospedali o ristori a chi è in difficoltà.

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Basta volerlo, senza vincolarsi con istituzioni ben poco trasparenti.
E che ormai sia in discussione l'intero impianto su cui si basa l'Europa (e l'eurozona più nello specifico) lo si vede anche nel modo in cui è stata finora gestita la pandemia.
Dopo 10 mesi siamo ancora qui a parlare della riforma di un mezzo obsoleto come il MES e del Piano NGEU di cofinanziamenti basato sul bilancio dell'Unione Europea.
Bilancio cui ogni Paese è tenuto a versare la sua quota annualmente e che da quest'anno sarà rimpinguato grazie a nuove tasse, come quella sulla plastica.
Dopo due decenni di austerità il COVID-19 ha avuto l'unico pregio di mostrare tutti i limiti dell'Europa a trazione tedesca.
Una impostazione calvinista che ha frenato la crescita per l'Italia, con l'assurdo record di anni con avanzi primari, frutto di minori spese da parte dello stato.
Un avanzo ottenuto grazie ai tagli alla sanità, alla scuola e a tutti i capitoli di spesa, comprese le infrastrutture.
Il bilancio è sotto gli occhi di tutti: di austerità si muore.
Adesso però ci arrivano anche quelli che contano.
Il nuovo anno si è aperto con una intervista al Financial Times di Laurence Boone, capo economista dell'OCSE (ricordiamo che ha la sede a Parigi), in cui ha affermato che per uscire dalla crisi occorrono spesa pubblica più elevata e tasse più basse fino a quando non si attenuerà il suo impatto.
Il contrario esatto dell'austerity o dai programmi paventati nelle scorse settimane da economisti tedeschi e olandesi.
E su strumenti come il MES, la Boone è stata chiara: "non è sano avere le politiche di stabilizzazione solo a carico della politica monetaria gestita da persone indipendenti, responsabili ma non democraticamente elette".

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E ribadisce che "la funzione di promuovere la ripresa deve essere restituita dalle banche centrali ai governi", riscrivendo completamente la narrazione sul debito, poiché questo "è sostenibile quando le persone hanno fiducia nelle istituzioni ed i responsabili politici manterranno ciò che hanno promesso".
Se anche l'OCSE demolisce la politica suicida delle normative europee, e visto che i trattati sono sospesi, dobbiamo pensare che non solo l'Italia, ma che qualche altro Paese importante nostro vicino sia nei guai seri.
Qualcuno ha detto la Francia?

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Claudio Gandolfo


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