31/03/2021

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Attenti al populismo in tuta blu e colletto bianco - recensione del libro "Disoccupazione di cittadinanza. Manifesto contro il populismo giuslavoristico"

 

Il libro analizza i principali problemi del mercato professionale: la crisi post Covid, l'esclusione dei giovani, il ritardo delle relazioni industriali, le carenze di tutele nella gig economy, l'eccesso di formalismo e il fallimento delle politiche attive

L'incipit non potrebbe essere più chiaro ed esplicito: "Il sistema giuridico è improntato a un formalismo sfrenato, il costo del lavoro è altissimo, la produttività è bassa, la mobilità professionale è molto limitata e gli spazi di ingresso per i giovani sono estremamente ristretti; le imprese che operano in modo regolare sono sovraccaricate di costi, oneri e procedure pesanti, mentre le aziende che decidono di muoversi ai confini della legalità riescono a violare le regole senza troppi rischi". Cui segue: "Questi problemi non nascono oggi, ma sono la naturale conseguenza di quanto accaduto nel corso dei primi due decenni del nuovo millennio, quando le politiche del lavoro italiane sono rimaste intrappolate dentro una malattia tanto diffusa quanto invisibile e poco conosciuta: il populismo giuslavoristico".

Attenti al populismo in tuta blu e colletto bianco - recensione del libro

Giampiero Falasca, co-responsabile del Dipartimento lavoro di DLA Piper, nel suo nuovo scritto "Disoccupazione di cittadinanza. Manifesto contro il populismo giuslavoristico", edito da Edizioni Lavoro Roma, analizza uno dei temi più rilevanti che il nostro Paese si trova ad affrontare. Quali politiche adottare per stimolare il lavoro ma, soprattutto, per porre un freno definitivo al dilagante populismo che sprigiona tutte le volte che di lavori si parla?
Il problema, semplificando, riguarda l'approccio normativo e politico con il quale si sono progettati e attuati interventi normativi in tema di lavoro, spinti da una non sempre aggiornata conoscenza del sistema e puntando su slogan ad effetto. Del resto, non lo dice l'autore, quanti ricordano l'affollato balcone festante per la sconfitta della povertà in questo Paese quando prese corpo il reddito di cittadinanza?

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Per restare all'attualità, mi sia concesso, scene degne di Totti se avesse mai vinto una Champions League con la Roma?.
Le politiche italiane sul lavoro degli ultimi due decenni impongono importanti riflessioni: secondo l'autore hanno condotto ad una deriva di populismo giuslavoristico, un approccio dettato dalla sete di consensi, che pretende di trovare soluzioni semplici a problemi complessi.
Difficoltà che riguardano l'approccio al tema del lavoro digitale, delle relazioni industriali, il fallimento del reddito di cittadinanza e con esso dell'inqualificabile esperimento dei navigator.
Partendo da questo assunto, Falasca analizza in chiave critica i principali problemi dell'attuale mercato professionale: la crisi post Covid, l'esclusione dei giovani, il ritardo delle relazioni industriali, le carenze di tutele nella gig economy, l'eccesso di formalismo e il fallimento delle politiche attive. Non mancano, inoltre, riflessioni sulle politiche adeguate a trovare un vaccino contro il virus che mina dalle fondamenta la competitività del sistema economico italiano.

"È necessario un ripensamento complessivo dell'approccio formale e culturalmente arretrato del legislatore - spiega l'autore -, prendendo una strada che porti alla costruzione di regole meno invasive, burocratiche e ossessive. Se siamo arrivati al punto attuale la responsabilità principale va ricercata in quella linea guida che ha orientato, con poche eccezioni, le politiche del lavoro degli ultimi due decenni, appunto quello che si definisce populismo giuslavoristico.
Il primo imputato di questo fenomeno pericoloso è certamente il modo con il quale sono scritte le norme. Queste "sono complesse, burocratiche e a volte ossessive perché il legislatore - quell'insieme di donne e uomini che pensano, scrivono e votano le regole - ha un approccio culturalmente arretrato sulla materia del lavoro, vista sempre e soltanto secondo una versione rozza e banale dello schema novecentesco del conflitto tra datore e lavoratore? Le norme devono stabilire percorsi obbligati per le imprese e i lavoratori, da cui entrambi i soggetti non si possono in alcun modo discostare, a pena di pesanti conseguenze sanzionatorie, non essendo possibile fidarsi della loro capacità di gestire correttamente e onestamente le questioni attinenti al lavoro
".

L'inclinazione costante è scrivere norme-manifesto, il cui unico scopo è quello di cercare il consenso di breve periodo, senza nessuna prospettiva che vada oltre tale orizzonte temporale. È indispensabile, quindi, abbandonare questa forma di populismo per rimettere il futuro al centro delle politiche del lavoro, riprogettando le riforme con orizzonti temporali di medio e lungo periodo.
"Norme - prosegue Falasca - che sin dalla loro nascita non hanno l'ambizione di trovare soluzioni efficaci e durature ai grandi problemi del mercato del lavoro: soluzioni che richiedono capacità di progettazione, programmazione di investimenti, approfondimento dei temi e coraggio di scardinare e mettere in discussione le rendite di posizione. Oltre alla pazienza di aspettare e monitorare i frutti delle soluzioni di volta in volta elaborate".
Infine, "l'ossessione ideologica contro la buona flessibilità ha tolto alle fasce più deboli del mercato del lavoro gli strumenti essenziali per restare nel sistema nonostante la crisi. La totale sottostima delle politiche attive del lavoro ha lasciato e lascerà senza un valido sostegno tutte quelle persone destinate a perdere il lavoro a causa dei danni strutturali prodotti dalla pandemia", afferma l'autore.

Insomma, un ginepraio, da cui dobbiamo comunque uscire.
Titolo: Disoccupazione di cittadinanza. Manifesto contro il populismo giuslavoristico
Autore: Giampiero Falasca
Editore: Edizioni Lavoro Roma
Pagine: 144

@federicounnia - Consulente in comunicazione
@Aures Strategie e politiche di comunicazione
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