AI nelle imprese italiane: il vero ostacolo è la carenza di competenze
Tarzia (Active Powered): la mancanza di skill interne blocca l'adozione efficace dell'AI
Nel 2023, il 16,4% delle aziende italiane con almeno dieci dipendenti ha adottato una soluzione di intelligenza artificiale, raddoppiando la percentuale del 2024. Nonostante la crescita, l'analisi Imprese e ICT mostra che il principale motivo per cui molte imprese non portano a termine gli investimenti è l'insufficienza di competenze interne, prima ancora dei costi o delle incertezze normative. In pratica, le tecnologie acquistate rimangono inutilizzate perché manca chi sappia gestirle.
Active Powered, specialista italiano di email-marketing automation, supporta più di 1.200 realtà nella gestione delle comunicazioni con i clienti e osserva da vicino le dinamiche di adozione dell'AI.

"Le richieste che riceviamo sono sempre le stesse: quale strumento di intelligenza artificiale scegliere e quali profili sono necessari per sfruttarlo al meglio", afferma Roberto Tarzia, COO e co-founder di Active Powered. "Finché le competenze non arrivano, la tecnologia resta sottoutilizzata".
Il deficit di competenze non riguarda la semplice capacità di accendere un software. Serve personale in grado di individuare i processi aziendali suscettibili di automazione, valutare l'impatto economico e monitorare i risultati. L'AI può intervenire nella gestione dei clienti, nell'assistenza post-vendita, nella raccolta e organizzazione dei dati, ma ogni ambito ha metodologie consolidate note da chi lo gestisce da anni. Solo questi professionisti dovrebbero supervisionare l'intervento dell'AI.
Quando il passaggio di consegne non avviene, l'AI tenta di operare su funzioni che non conosce, portando a sperimentazioni fallite e all'abbandono della tecnologia. La formazione, però, è ancora poco diffusa: la ricerca 2025-2026 dell'Osservatorio Innovazione Digitale del Politecnico di Milano indica che solo il 7% delle PMI ha avviato percorsi strutturati di formazione sull'AI per i propri dipendenti.
Parallelamente, è emerso un nuovo mercato di servizi che promettono la comparsa dell'azienda nei risultati generati dall'AI. Questa tendenza nasce perché un numero crescente di utenti rivolge le proprie ricerche direttamente a modelli di intelligenza artificiale. Tuttavia, un'analisi del Pew Research Center su quasi 69.000 ricerche mostra che, quando compare una sintesi prodotta dall'AI, solo l'1% degli utenti clicca sui link citati, generando un traffico quasi trascurabile.
In più, le risposte generate dall'AI non lasciano tracce monitorabili come avviene con i motori di ricerca tradizionali: variano a seconda della formulazione della domanda e non consentono all'impresa di sapere quante volte è stata menzionata.
Le aziende già possiedono dati preziosi, ma questi sono spesso frammentati in sistemi isolati: acquisti, richieste di assistenza, contatti email sono registrati separatamente. L'assenza di un'unica vista impedisce all'AI di operare con informazioni complete, riducendo l'affidabilità dei risultati.
"Rincorrere una citazione dall'AI non deve essere l'obiettivo principale. Il vero paradox è investire per essere visti da un sistema su cui non si ha controllo, mentre i dati dei clienti sono già in nostro possesso ma rimangono sparsi in silos", ha dichiarato Tarzia.
Il passo decisivo per le imprese italiane è quindi consolidare le proprie basi di dati e formare le professionalità necessarie, così da utilizzare l'AI per potenziare processi consolidati e renderli scalabili, anziché inseguire citazioni effimere.

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