_Ottobre_2013

editoriale

Germania: non e' tutto oro quello che luccica

 

Anche a Berlino hanno qualche problema. Ma sono bravissimi a indicare quelli altrui per coprire i propri, che sono anche più grandi

Quando compariamo i dati dell’Unione Europea e quelli dell’eurozona, a prima vista sembra proprio che l’Italia sia incapace da uscire dalle secche della crisi in cui siamo precipitati. I dati sul Pil e sull’occupazione (per fare due esempi) riverberano un confronto impietoso nei confronti degli altri Paesi, Germania in testa. E se poi si guarda al debito pubblico, tra i più alti a mondo, non c’è giorno che qualcuno non ce lo ricordi rinfacciandocelo. A stare a sentire i duri&puri del nord Europa, non ci sarebbe verso di diventare virtuosi, almeno nel senso che intendono loro.

Germania: non e' tutto oro quello che luccica

E se qualcuno prova ad argomentare una risposta, immancabilmente arriva puntuale il confronto con la Grande Germania, vera e unica locomotiva d’Europa.
Ora, nessuno pensa che qui da noi le cose vadano bene, anzi. Ma se si osserva attentamente la realtà tedesca si può oggettivamente affermare che non è tutto oro quel che luccica.
Prendiamo per esempio l’occupazione. E’ vero che attualmente è ai minimi storici (1,9 milioni contro i 4,1 del 2002) e che Baviera e Baden Wuttenberg lavorano sodo per attrarre talenti qualificati dall’estero. Ci sarebbe da fare un applauso se non fosse che la Germania (esclusa la Lituania) la Paese dell’UE che presenta il maggior numero di redditi “poveri”. Circa il 25% dei lavoratori guadagna meno dei due terzi del salario medio, cioè meno di 9,54 euro l’ora (fonte Eurostat). E questo è valido anche sia per le aziende sia per le libere professioni o per il commercio (taxisti, parrucchieri, camerieri, commessi ecc.). Quindi gran parte del PIL viene realizzato vendendo all’estero, possibilmente fuori dall’EU, come una Cina qualsiasi, ma scapito dei consumi interni e dei suoi partner europei, incatenati dall’euro, e messi alle corde da un dumping salariale sleale.

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La locomotiva tedesca viaggia quindi a tutto export grazie alla riforma Hartz (governo Schroeder), che tra i suoi “effetti collaterali” ha creato 810mila lavoratori interinali di cui, secondo le ultime stime ufficiali, solo la metà corrisponde a nuovi posti di lavoro. Il che significa che oltre 400mila interinali hanno rimpiazzato un lavoro a tempo indeterminato. Inoltre, la riforma ha avuro il “merito” di creare i minijob, il cui salario raggiunge al massimo i 450 euro, con contributi previdenziali minimi a carico delle aziende. Un imprenditore può quindi assumere con questi costi due (se non tre) operai al costo di uno a tempo indeterminato. Attualmente in Germania sono circa 7,5 milioni i lavoratori con questa tipologia di contratto. Operano soprattutto nel terziario e nel commercio, e contribuiscono ad abbassare ulteriormente il costo del lavoro. Un altro dato che dovrebbe far riflettere è quello dei lavoratori assunti a tempo indeterminato ma a part time, un numero in forte crescita negli ultimi anni, visto il basso numero medio annuale di ore lavorate (solo 1397).

E’ chiaro che con una simile compressione dei salari risulta facile chiedere maggior competitività agli altri, e altrettanto semplice esser più competitivi sui mercati internazionali. E risulta difficile invece convincere la Germania ad aumentare i consumi interni, perchè potrebbe avvenire solo attraverso una crescita salariale, che Merkel e soci vedono come il fumo negli occhi agitandosi dietro lo spettro dell’inflazione, retaggio della Repubblica di Weimar.
Adesso vedremo cosa si inventeranno con le nuove negoziazioni dei contratti di lavoro e le pressioni di sindacati e SPD per aumentarli. La Grosse Coalition rischia di essere una vittoria di Pirro per la Merkel e la sua politica.
E se poi guardiamo la realtà dal lato bancario, non è che le cose dalle parti di Berlino vadano poi così bene. Già, perchè l’ostinata opposizione all’unione bancaria (chiesta dalle istituzioni non europee e non tedesche a gran voce come passo fondamentale per la sostenibiltà del progetto euro) nasconde in realtà un segreto di Pulcinella.

La verità è che la questione banche la Germania preferisce risolverla in casa, come affermato più volte dal ministro Schäuble e con forti iniezioni di soldi pubblici, cosa (in teoria) vietata dall’UE. L’intreccio fra la politica e istituti come le casse di risparmio e le Landesbanken, controllate dalle Regioni, è strettissimo e Berlino non ha intenzione di allentarlo. Per questo ha resistito strenuamente all’allargamento della vigilanza unica europea anche a questi istituti, finendo per ripianare con una valanga di euro i buchi che avevano creato nei bilanci. Dopo la crisi finanziaria globale del 2008, il Governo è intervenuto in Ikb, Hre, Commerzbank e diverse Landesbanken. Il costo è stato di 680 miliardi di dollari, il 12,8% del PIL, secondo il FMI. E nella “bad bank” finanziata con i soldi pubblici, gli istituti tedeschi possono scaricare di tutto, anche titoli del debito sovrano europeo.

Non è quindi tutto oro quello che luccica a Berlino, così come l’Italia non è la mina vagante dell’Europa. E’ ora di finirla con il piangerci addosso e andare dietro la lavagna perchè “non abbiamo fatto i compiti a casa”. Non saremo migliori, ma neanche peggiori degli altri. Magari non li avremo fatti tutti i compiti, sicuramente, ma molti più di altri che adesso ci guardano con il sopracciglio alzato si. L’avevamo già scritto, ma repetita juvant. Se guardiamo il Fiscal Sustainability Report 2012 stilato dalla Commissione Europea, si può piacevolmente scoprire che l’indicatore di sostenibilità S2, che tiene conto sia del debito pubblico sia degli avanzi primari futuri (in questo siamo noi i primi della classe), e in relazione alle spese previste su pensioni e sanità, dimostra che “Solo l\'Italia ha una posizione di bilancio iniziale sufficiente ad assorbire il previsto aumento dei costi correlati all\'età della popolazione”, si legge nel documento della Commissione. Questo “grazie agli sforzi di risanamento degli anni precedenti”.

Un simpatico economista diceva che “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Però con le giuste e agognate riforme e facendo valere i nostri diritti nelle sedi appropriate, forse saremo noi quelli che almeno camperanno più a lungo.
Claudio Gandolfo



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