Editoriale
L'inflazione alza la testa: e la BCE...
L'inflazione rialza la testa, di nuovo. Germania dal 2,0 al 2,8%, Francia dall'1,1 all'1,9%, Spagna sopra il 3%. Solo l'Italia resiste, ma più per stagnazione che per forza. Così, mentre mezzo continente torna a fare i conti con i prezzi che risalgono, la domanda è inevitabile: quanto aspetterà la BCE per intervenire?
Christine Lagarde ha davanti un bivio scomodo. Da una parte il rischio di raffreddare troppo un'economia che non è ancora uscita davvero dal torpore post-pandemico; dall'altra quello di lasciare correre un'inflazione che, alimentata da energia e salari, rischia di diventare strutturale. L'asticella si muove su pochi decimali, ma dietro quei numeri ci sono mutui, salari, margini industriali. C'è la vita economica reale, non solo le curve dei grafici di Francoforte.
E i mercati? Hanno già fiutato l'aria. I rendimenti tornano a salire, le borse rallentano, le imprese rinviano investimenti. È il classico "effetto attesa": tutti sanno che arriverà una stretta, nessuno sa quando.
In fondo, l'inflazione è la cartina di tornasole della fiducia dei consumatori, delle imprese, dei governi. Se non la si governa, diventa un incendio lento che divora potere d'acquisto e stabilità. La tecnologia spinge la produttività, ma senza politiche monetarie coerenti, l'innovazione si arena.
Non è solo una questione di tassi. È una questione di direzione.
