L'Europa sfida Washington: la sovranità digitale non è in vendita

L'Europa sfida Washington: la sovranità digitale non è in vendita

15/07/2025

Gli Stati Uniti hanno messo sul tavolo dei negoziati con l'Unione Europea una proposta che potrebbe infiammare le relazioni transatlantiche: vogliono un nuovo organo consultivo per il Digital Markets Act, la legge europea che tiene a bada le grandi piattaforme tecnologiche. L'obiettivo, secondo fonti vicine alla questione, sarebbe dare più voce alle Big Tech statunitensi colpite dalla normativa. Eppure, questa idea sembra destinata a un sonoro rifiuto da parte di Bruxelles. La sensazione è che l'Unione Europea non accetterà mai un tale suggerimento. La ragione è semplice: Bruxelles vede la propria regolamentazione digitale come un cardine della sua sovranità, economica e politica, e non intende cederla in cambio di agevolazioni commerciali.


Il clima si è fatto ancora più teso dopo l'annuncio di Donald Trump, che via Truth Social ha minacciato dazi del trenta per cento sui prodotti provenienti dall'Unione Europea e dal Messico a partire dal 1° agosto. Una mossa che rischia di accendere una vera e propria escalation tra i due giganti economici dell'Occidente. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha risposto con un appello alla stabilità e alla collaborazione transatlantica. “L'UE resta impegnata per un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti”, ha dichiarato. Nondimeno, la volontà di confrontarsi ha un limite chiaro: l'autonomia regolatoria del blocco non è in discussione. Von der Leyen ha ribadito che si cerca una soluzione negoziata, ma ha anche fatto sapere che l'Unione Europea è pronta a rispondere con contromisure, se dovesse rendersi necessario. A farne le spese, ancora una volta, potrebbero essere proprio le aziende tecnologiche, già sotto la lente del DMA e del suo gemello normativo, il Digital Services Act.


Entrambe le normative sono percepite da Washington come barriere non tariffarie che colpiscono in modo sproporzionato le aziende statunitensi. Lo stesso Peter Navarro, ex consigliere di Trump, ha accusato Bruxelles di “fare guerra” alle Big Tech americane. Ma da Bruxelles la risposta è chiara e decisa: non saranno concesse eccezioni. La proposta americana di istituire un comitato consultivo che includa proprio le aziende soggette alla normativa – come Apple, Google, Meta o Amazon – va contro la filosofia stessa del DMA. L'attuale comitato esistente è formato da esperti indipendenti e autorità nazionali, e il suo ruolo è puramente tecnico e strategico, non politico o di parte. Una fonte ha affermato che l'idea di un comitato consultivo per il DMA, dove siederebbero gli interessati, “di certo non accadrà”. La Commissione Europea ha più volte ribadito che le indagini sulla conformità sono guidate dal regolamento e non dall'origine geografica dell'azienda.


Ciononostante, il fatto che la maggior parte delle imprese soggette al DMA sia statunitense amplifica la tensione transatlantica, trasformando ogni provvedimento in un potenziale caso diplomatico. Alcuni osservatori suggeriscono che Bruxelles potrebbe adottare una strategia più “dialogica” nell'applicazione del DMA per stemperare le tensioni con Washington. Un consulente tecnologico come Christophe Carugati ha spiegato che “le indagini potrebbero essere messe in pausa, formalmente o informalmente, attraverso il dialogo”. Finora, le multe inflitte per violazioni del DMA sono state modeste. Apple ha ricevuto una sanzione di cinquecento milioni di euro per aver ostacolato la promozione di offerte alternative da parte degli sviluppatori, mentre Meta è stata multata per duecento milioni di euro a causa del suo controverso modello pubblicitario “Pay or Consent”. Bruxelles ha chiarito che le sanzioni relativamente contenute sono dovute alla recente entrata in vigore della normativa nel duemilaventitré, ma anche a un orientamento che predilige la conformità piuttosto che la punizione severa.


Le Big Tech statunitensi stanno esplorando anche un'altra strada: il programma di semplificazione normativa avviato dalla Commissione. A maggio, colossi come Google, Microsoft, IBM, Amazon, Meta e OpenAI hanno chiesto che il futuro Codice di condotta sull'Intelligenza Artificiale a scopo generale (GPAI) sia “il più semplice possibile”. La commissaria europea per le tecnologie, Henna Virkkunen, sta conducendo una verifica di idoneità delle normative digitali già esistenti, che culminerà a dicembre in un pacchetto “omnibus” di semplificazioni. L'obiettivo principale è alleggerire gli oneri amministrativi, soprattutto per le PMI, ma resta da capire se queste misure riguarderanno anche il DMA, il DSA o l'AI Act. Virkkunen ha comunque difeso la logica alla base del corpus normativo europeo: “Le nostre regole sono eque, perché sono le stesse per tutte le aziende che operano nell'UE, europee, americane o cinesi”.


L'Unione Europea continua a tracciare una linea invalicabile: la sovranità digitale non è in vendita, nemmeno per salvare i rapporti commerciali con gli Stati Uniti. Teresa Ribera, vicepresidente della Commissione, lo ha ribadito in un'intervista il 27 giugno: “Difenderemo la nostra sovranità. Non permetteremo a nessuno di dirci come attuare le nostre regole”. Con una potenziale guerra commerciale all'orizzonte, i prossimi mesi saranno decisivi per capire se le due sponde dell'Atlantico riusciranno a trovare un terreno comune o se la frattura digitale si allargherà fino a compromettere anche la cooperazione economica. In gioco non c'è solo il futuro delle Big Tech, ma l'equilibrio delicato tra regole democratiche e interessi globali.


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Articolo del 15/07/2025


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