Trump punta a rivoluzionare Wall Street: addio all'obbligo trimestrale?

Trump punta a rivoluzionare Wall Street: addio all'obbligo trimestrale?

16/09/2025

Una proposta che potrebbe ridefinire le regole del gioco per le società quotate negli Stati Uniti, concentrando l'attenzione su una gestione aziendale di più ampio respiro. Da tempo si discute della frequenza con cui le aziende di Wall Street debbano comunicare i loro utili aziendali. Alcuni sostengono che la pubblicazione ogni tre mesi distragga i manager dagli obiettivi a lungo termine e possa alimentare la speculazione dei cosiddetti trader ultraveloci. Proprio su questo punto, l'ex Presidente Donald Trump è tornato a farsi sentire, appoggiando l'idea di abolire l'obbligo trimestrale.


Scrivendo su Truth Social, Trump ha sottolineato i vantaggi di tale cambiamento. Ha evidenziato il «risparmio di denari» per le aziende e, soprattutto, la possibilità per gli amministratori di «concentrarsi sulla corretta gestione delle loro aziende». Ciononostante, alcune voci suggeriscono che il reale movente di questa mossa sia più legato a una generale volontà di deregolamentazione e riduzione dei costi, piuttosto che a un profondo desiderio di promuovere una "sana" amministrazione aziendale. Questa modifica, se dovesse concretizzarsi, rappresenterebbe una svolta storica. Per attuare un simile cambiamento, è necessaria l'approvazione della Securities and Exchange Commission (SEC), l'equivalente statunitense della nostra Consob. Le regole attuali, in vigore dal 1970, impongono alle società quotate in Borsa di presentare i risultati trimestrali. Qualche tempo fa, il Wall Street Journal aveva riportato l'intenzione del Long-Term Stock Exchange di presentare una petizione alla SEC, proprio per consentire alle aziende di comunicare i dati solo due volte l'anno, con un resoconto semestrale e un bilancio annuale complessivo.


Ora, il supporto esplicito della Casa Bianca (sotto l'amministrazione Trump, se rieletto) conferisce a questa proposta un peso politico notevole. La riforma, se introdotta, allineerebbe gli Stati Uniti a modelli di corporate governance già adottati altrove. Nel Regno Unito e in gran parte d'Europa, infatti, la pratica di pubblicare risultati trimestrali non è sempre obbligatoria. In Italia, per esempio, il Regolamento Emittenti (articolo 82-ter) concede alle società quotate la facoltà, ma non l'obbligo, di pubblicare la trimestrale, lasciando la decisione all'autonomia dell'impresa. Oltreoceano, l'idea di una minore frequenza di report ha raccolto negli anni il consenso di figure autorevoli del mondo della finanza. Tra i sostenitori più convinti di una revisione figurano Jamie Dimon, l'amministratore delegato di JPMorgan Chase, e il leggendario investitore Warren Buffett. Entrambi ritengono che la costante pressione delle scadenze trimestrali possa ostacolare l'adozione di scelte strategiche orientate al lungo periodo, penalizzando gli investimenti a lungo termine e la crescita sostenibile delle aziende.


Un'altra motivazione che spinge verso questa riforma risiede nel calo strutturale delle società quotate sui mercati americani. Secondo dati del Center for Research in Security Prices, a fine giugno il numero di queste realtà ammontava a circa 3.700. Questo significa un 17% in meno rispetto a tre anni fa. La cifra diventa ancor più significativa se confrontata con il 1997, quando il numero era quasi il doppio. Molti potenziali emittenti, supportati dai loro consulenti, motivano la scelta di rimanere privati o di cedere l'azienda proprio con l'onerosità degli adempimenti burocratici richiesti dalla quotazione. Si tratta di un processo costoso e dispendioso in termini di tempo, che per diverse imprese rappresenta un ostacolo importante, più che un'opportunità di sviluppo.


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Articolo del 16/09/2025


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