L'OPEC+ ferma la produzione di petrolio greggio mentre cresce la tensione tra USA e Iran


Il delicato equilibrio del mercato energetico globale rimane sospeso tra geopolitica e strategie di offerta. In occasione dell'ultimo vertice domenicale, il gruppo dei produttori noto come OPEC+ ha confermato la decisione di mantenere invariata la produzione di petrolio per il mese di marzo. La scelta arriva in un momento di forte pressione sui mercati finanziari. Il Brent ha infatti sfiorato i massimi degli ultimi sei mesi, toccando quota 71,89 dollari al barile nella seduta di giovedì. I timori di un possibile attacco militare da parte degli USA contro l'Iran, membro storico dell'organizzazione, hanno spinto i prezzi verso l'alto. Eppure, le previsioni di un eccesso di offerta per il 2026 continuano a pesare sulle prospettive a lungo termine dei trader.



La stabilità attuale è il frutto di un accordo che coinvolge otto attori principali della scena energetica mondiale:
- Arabia Saudita;
- Russia;
- Emirati Arabi Uniti;
- Kazakistan;
- Kuwait;
- Iraq;
- Algeria;
- Oman. Questi paesi avevano precedentemente pianificato un aumento delle quote di circa 2,9 milioni di barili al giorno tra aprile e dicembre 2025. Tale volume rappresenta circa il 3% della domanda globale. Ma il rallentamento stagionale dei consumi ha spinto i leader del cartello a congelare ogni incremento per il primo trimestre dell'anno. La riunione di domenica ha semplicemente ribadito quanto già stabilito per gennaio e febbraio, senza però fornire indicazioni chiare su cosa accadrà dopo il mese di marzo.

La mancanza di una proiezione futura è un segnale preciso. In un contesto dominato dall'incertezza tra Washington e Teheran, il gruppo preferisce non legarsi le mani.


Con le crescenti tensioni geopolitiche, l'organizzazione intende mantenere tutte le opzioni aperte. I dati interni suggeriscono che nel secondo trimestre la richiesta di prezzo del petrolio greggio estratto dai membri OPEC+ potrebbe diminuire. Questo scenario ridurrebbe drasticamente i margini per nuovi aumenti della produzione. Il mercato osserva con attenzione ogni mossa del Joint Ministerial Monitoring Committee (JMMC), l'organo che vigila sul rispetto degli accordi. Durante l'incontro, il JMMC ha sottolineato come la piena conformità ai tagli sia l'unico modo per garantire la tenuta dei prezzi.

Sullo sfondo resta l'ombra della strategia politica americana. Il presidente Donald Trump sta valutando diverse opzioni nei confronti dell'Iran, inclusi possibili raid mirati contro le forze di sicurezza e i vertici del paese. L'obiettivo dichiarato è indebolire il regime e sostenere le proteste interne. Le sanzioni economiche hanno già colpito duramente le entrate petrolifere di Teheran, che rappresentano il polmone finanziario dello stato.


Nonostante entrambi i governi abbiano mostrato una timida apertura al dialogo, l'Iran ha chiarito che le proprie capacità difensive non saranno oggetto di trattativa. A complicare il quadro si aggiungono i problemi tecnici in Kazakistan. Il settore petrolifero kazako ha subito diverse interruzioni recenti, ma il gigantesco giacimento di Tengiz ha finalmente iniziato le operazioni di riavvio graduale.

Il prossimo appuntamento cruciale è fissato per il primo marzo. Sarà in quella sede che gli otto grandi produttori dovranno decidere se sbloccare i rubinetti o continuare con la linea del rigore. Il mercato dell'energia non si ferma mai. Gli investitori monitorano non solo i pozzi, ma anche i movimenti diplomatici tra le grandi potenze. In un mondo che corre verso la digitalizzazione e l'uso dell'AI per l'efficientamento industriale, il prezzo del petrolio greggio resta comunque il termometro principale della salute economica globale. La stabilità dei prezzi è fondamentale per settori che vanno dai trasporti all'eCommerce, dove i costi di logistica influenzano i margini operativi delle aziende.


Per ora, la parola d'ordine resta prudenza. L'OPEC+ ha scelto di attendere, conscia che una mossa sbagliata potrebbe innescare una volatilità difficile da gestire.



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