In Italia, la percentuale sale a uno su quattro (25%) che si sente triste e isolato quotidianamente. Le generazioni più giovani ne soffrono maggiormente: secondo quanto riportato da Fortune, il 30% della Gen Z si sente isolato, contro il 22% delle altre fasce d'età. Anche in Giappone, uno studio dell'Università di Tokyo, citato dal Japan Times, ha rivelato che una persona su dieci si sente sempre sola al lavoro, con un aumento tra chi lavora molte ore. Le conseguenze di questa epidemia, come definita anche dall'OMS, vanno ben oltre il benessere individuale. Uno studio della Campaign to End Loneliness, promosso dalla Sheffield Hallam University, ha mostrato che chi si sente spesso solo ha minore soddisfazione e coinvolgimento lavorativo. Una ricerca pubblicata sull'Harvard Business Review ha poi confermato che i dipendenti solitari sono meno produttivi e meno legati alla propria organizzazione. Per affrontare questa sfida, dall'Italia arriva una proposta concreta: il Manifesto per il Relazionésimo. L'idea nasce con l'intento di riaffermare il valore inestimabile delle relazioni, sia nel business che nella vita di tutti i giorni.
Promosso dalla Fondazione Relazionésimo, questo progetto è sostenuto da un pool di esperti tra sociologi, psicologi ed economisti. Come chiariscono Ketty Panni e Ombretta Zulian, imprenditrici e fondatrici della Fondazione Relazionésimo, l'identità soggettiva e delle comunità richiede lo sviluppo di relazioni a tutti i livelli. Sottolineano l'urgenza di mettere al centro la persona e le relazioni umane in ogni scelta. Serve progettare non per i territori, ma con i territori; non per le imprese, ma con le imprese. In un processo autenticamente condiviso che sappia rovesciare le dinamiche tradizionali per ritrovarsi come comunità intorno alle relazioni, vero cuore del nostro esistere, motore di felicità e volano di sviluppo per produrre valore condiviso, affermano. La solitudine sul lavoro è influenzata da molti fattori esterni, ma le aziende hanno spazi per agire e favorire i legami umani. Aiutare i collaboratori a creare connessioni sociali permette di costruire una forza lavoro più felice, più sana e in ultima analisi più produttiva.
Il Relazionésimo è un neologismo coniato proprio da Ombretta Zulian e Ketty Panni, che rileggono il significato originale di "economia", intesa come cura della "casa". Il loro impegno è supportato da un Comitato Scientifico di alto profilo. Del Comitato Scientifico fanno parte figure come il Professor Mauro Magatti, sociologo e Ordinario all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; il Professor Ugo Morelli, psicologo e studioso di scienze cognitive; il Professor Vittorio Gallese, neuroscienziato dell'Università di Parma; il Professor Daniel Antenucci, bioecologo; il Professor Luigino Bruni, economista all'Università LUMSA di Roma; e la Professoressa Chiara Giaccardi, sociologa all'Università Cattolica del Sacro Cuore. La Fondazione Relazionésimo mira a promuovere il capitale relazionale, umano e narrativo attraverso il dialogo intergenerazionale. Il dialogo quando si spezza si traduce in conflitto. Le relazioni, quando si rompono, inceppano la macchina, osserva il Professor Mauro Magatti. Aggiunge che nel mondo del lavoro le giovani generazioni chiedono più relazione, più senso e partecipazione.
Questa transizione generazionale è cruciale per un nuovo spirito del capitalismo, che deve passare dall'etica della crescita a quella della sostenibilità. Il Professor Luigino Bruni, economista e membro del Comitato Scientifico, sottolinea che l'impresa ha bisogno di virtù civili condivise. Solo includendo il valore della relazione in quello del lavoro possiamo riaprire un dialogo con le nuove generazioni, spiega. Queste generazioni cercano nelle aziende visione e condivisione di valori, un senso complessivo del fare e dello stare insieme. Il bene relazionale ha un grande valore intrinseco che non deve essere trasformato in merce. Il Manifesto del Relazionésimo, sintesi di questo approccio, si articola in dieci punti chiave per guidare lo sviluppo dei territori e delle organizzazioni:
- La persona è il centro dell’agire; vista non come mezzo ma come fine nella tensione relazionale per la crescita individuale e civile.
- Le relazioni rappresentano la bussola della vita; sono un bene primario che definisce la qualità dell'esistenza.
- I comportamenti producono un effetto relazionale che genera valore tangibile e intangibile.
- La responsabilità è un bene comune; un legame di cura reciproca verso persone, comunità e ambiente in un ciclo continuo.
- Misurare il valore delle relazioni; un bene primario da quantificare e rendicontare per monitorare ritorni economici, personali, sociali e civili.
- Valorizzare il prendersi cura; imprese e organizzazioni devono dedicare valore alla cura di persone, comunità e ambiente.
- Annullare le distanze per produrre valore condiviso; la prossimità nei servizi e dinamiche sociali alimenta assistenza e sviluppo sostenibile.
- Tramandare un'eredità integrale alle future generazioni; non solo beni materiali, ma anche ricchezza immateriale e valori.
- Dare luce all'Impresa-Comunità (C-Corp); un modello che promuove reciprocità e collaborazione con istituzioni e cittadini per creare valore condiviso.
- Stop a pregiudizi e discriminazioni; agire nel rispetto, giustizia e solidarietà per contrastare le disuguaglianze economiche e sociali.
Questo approccio basato sulla cultura delle relazioni si propone di attuare cambiamenti profondi, ridefinendo lo sviluppo economico e sociale. Mettere l'uomo e le sue relazioni al centro non è solo un atto di umanità, ma un motore potentissimo di sviluppo e creazione di valore condiviso per l'economia e la società intera.

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Articolo del 27/05/2025