23/10/2019

economia

Sta arrivando una recessione negli USA? Forse no

 

Tank (Neuberger Berman): è ancora possibile che l'attuale fase critica finisca per rivelarsi solo un terzo scivolone nell'arco complessivo di questo prolungato ciclo economico

I dati relativi al mercato del lavoro sembrano smentire il rischio di metastasi della flessione del manifatturiero? almeno per il momento. Due settimane fa, dopo essere stati a lungo sballottati qua e là dalle notizie politiche e geopolitiche, i mercati hanno potuto nuovamente focalizzarsi sui dati dell'economia. Purtroppo, il motivo per cui finalmente i dati economici sono riusciti a imporsi all'attenzione generale, superando il chiasso suscitato dalle richieste di impeachment, dai disordini di Hong Kong e dagli spauracchi della Brexit, è che hanno tracciato un quadro tutt'altro che roseo.
Umori più cupi

Sta arrivando una recessione negli USA? Forse no

Quando l'Institute for Supply Management (ISM) ha diffuso le ultime cifre sul settore manifatturiero statunitense, gli umori si sono fatti più cupi. Il 47,8 registrato a settembre dall'indice costituisce un arretramento considerevole rispetto al mese prima e smentisce le previsioni degli economisti che avevano anticipato una ripresa. Dei 18 settori su cui viene condotto il sondaggio, 15 sono risultati in contrazione. Si tratta del risultato peggiore degli ultimi 10 anni.
Queste cifre hanno oscurato il dato definitivo dell'indice PMI di Markit relativo al settore manifatturiero statunitense per il mese di settembre, pubblicato quasi in contemporanea, che ha segnato di recente una graduale ripresa indicando un apparente consolidamento.
La differenza potrebbe essere attribuibile al fatto che l'ISM conduce il proprio sondaggio tra società di maggiori dimensioni e con un'esposizione globale più vasta. Il timore è che i dati dell'ISM mettano in dubbio l'invulnerabilità degli Stati Uniti alla flessione del settore manifatturiero globale e che a lungo andare l'impatto subito dalle società di maggiori dimensioni abbia ricadute sulle aziende più piccole, operative in ambito più locale.

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Oggi la situazione è diversa?
Non è la prima volta che il settore manifatturiero registra una flessione nell'attuale, prolungato ciclo di espansione. Tra il 2011 e il 2013 gli indici PMI del settore manifatturiero dell'Eurozona e degli Stati Uniti segnarono già un calo e nell'inverno 2015-2016 l'indice americano scese un'altra volta sotto quota 50. Alla fine, i settori non manifatturieri dell'economia - meno soggetti alla volatilità - si mantennero saldi, le scorte si normalizzarono e quei cedimenti si rivelarono semplici rallentamenti di metà ciclo. Oggi la situazione è diversa?
Fra il 2011 e il 2013, le aziende manifatturiere vennero colpite dalla crisi dell'eurozona. I guai della moneta unica costituivano una minaccia tanto grave quanto di ampia portata alla fiducia dei consumatori e delle imprese a livello globale. Ma non appena la Banca Centrale Europea fece comprendere di essere pronta a intervenire con decisione, la ripresa fu immediata e robusta.

La recessione del 2015-2016 fu figlia dei timori riguardanti il tasso di crescita della Cina e di un netto declino dei corsi petroliferi. Il contraccolpo venne avvertito maggiormente in Cina e negli Stati Uniti. Ancora una volta, il deciso intervento fiscale e monetario di Pechino produsse l'obiettivo politico desiderato, risollevando la crescita. Negli Stati Uniti il settore energetico, che fino a poco prima aveva assistito a una forte espansione, risentì di un calo dei prezzi. Nondimeno, il contagio al resto dell'economia fu contenuto. Tutti questi eventi impedirono una più profonda erosione della fiducia.
Una fiducia che oggi è assai più fragile.
Nel terzo trimestre, il CEO Index di The Conference Board è crollato drasticamente, toccando il livello più basso dal 2009, coerentemente con il perdurante calo della spesa in conto capitale. Non sorprende che, osservando l'indice PMI manifatturiero per ciascun settore, gli investimenti in beni strumentali siano in calo da gennaio.

Le potenziali turbolenze che l'economia globale si trova oggi a fronteggiare - la guerra commerciale tra Washington e Pechino, le ripercussioni della Brexit, la generalizzata svolta populista in politica e la prospettiva di una campagna elettorale al veleno negli Stati Uniti - non sembrano rapidamente risolvibili. L'efficacia delle politiche monetarie potrebbe essersi esaurita. E il ciclo si è semplicemente protratto per altri tre anni.
Aspettiamo un po' prima di preoccuparci
Ecco perché recentemente altri dati sono stati oggetto di un esame approfondito. Stiamo parlando degli esiti dei sondaggi condotti nel settore dei servizi e dei dati sull'occupazione non agricola negli Stati Uniti.
Da più parti si ritiene che la metastasi dell'attuale flessione del manifatturiero in una recessione generale sia stata impedita dalla resilienza del settore dei servizi e dal sostegno che questo settore ha dato all'occupazione, ai salari e alla fiducia dei consumatori.

I dati del settore dei servizi denotano un andamento simile a quelli del settore manifatturiero. Mentre l'indice PMI ha registrato l'andamento previsto, denotando un'espansione modesta ma stabile, l'indice ISM ha deluso le attese. Anche in Europa, gli indici PMI sono stati deludenti, mentre i dati sui salari sono risultati contrastanti. I dati sull'occupazione non agricola sono in calo rispetto al mese precedente ma in linea con il ridimensionamento delle aspettative. Un discorso analogo vale per l'impiego privato, che esclude i lavoratori a tempo determinato. La retribuzione oraria media è risultata deludente, ma non tanto quanto si era temuto sulla base dei dati diffusi nella prima parte della settimana. Anche il tasso di disoccupazione è sceso ai minimi storici.
Per ora, quindi, i timori di una totale recessione nei prossimi 6-12 mesi, possono probabilmente essere tenuti nel cassetto. È ancora possibile che l'attuale fase critica finisca per rivelarsi solo un terzo scivolone nell'arco complessivo di questo prolungato ciclo economico. Restano comunque altri fattori di cui tener conto: i rischi di eventi politici avversi restano alti e le banche centrali e gli investitori seguiranno con la massima attenzione i dati diffusi. Questi sono gli ingredienti perfetti per la volatilità dei mercati.

Brad Tank, Chief Investment Officer - Fixed Income - Neuberger Berman



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