Rivoluzione AI e Geopolitica: l'Italia deve innovare il Made in Italy post-PNRR
Nierling (Porsche Consulting): le imprese aspettano la maturità della tecnologia, ma la debolezza della domanda globale frena gli investimenti e la crescita
Tra geopolitica instabile e rivoluzione AI, Josef Nierling, AD di Porsche Consulting, analizza la fase di transizione globale: "Le aziende attendono la maturità delle tecnologie, ma l'Italia deve trovare la sua via per innovare il Made in Italy" (Josef Nierling)
In un momento storico in cui l'intelligenza artificiale fa schizzare gli indici di borsa mentre la ricerca di lavoro rallenta, in cui i dazi ridisegnano le catene del valore e il PNRR entra nella fase cruciale, serve uno sguardo lucido per interpretare i segnali contraddittori dell'economia. Josef Nierling, Amministratore Delegato di Porsche Consulting, offre una lettura inedita del presente: quella di chi vede ogni giorno come le aziende reagiscono al cambiamento, tra timori e opportunità. Dalla crisi tedesca al paradosso cinese, dall'impatto reale dell'AI sull'occupazione alle prospettive post-PNRR per l'Italia, Nierling smonta i catastrofismi e indica una strada: non basta adottare le nuove tecnologie, bisogna "inglobarle" nei prodotti per rendere il Made in Italy innovativo e competitivo. Un'intervista che guarda oltre i titoli allarmistici per capire dove stiamo davvero andando.
Stiamo attraversando un periodo particolare:cosa state vedendo?
Sicuramente stiamo attraversando un periodo particolare perché non ci aspettavamo gli impatti in questo 2025 così dirompenti di cambiamenti geopolitici e forse anche cambiamenti tecnologici. I cambiamenti geopolitici hanno portato soprattutto a una fase di stasi. Lo vediamo in Germania da un paio d'anni, ma lo stiamo vedendo in diversi paesi. C'è timore di investire perché non si hanno delle prospettive chiare di quello che potrebbe essere l'evoluzione dei mercati. L'Italia è stata un po' più brava perché ha qualche punto percentuale di crescita, però sappiamo che i ritmi di crescita che dovremmo riuscire a ottenere anche grazie al PNRR dovrebbero essere di altra natura.
Una cosa curiosa: dall'arrivo dell'intelligenza artificiale lo S&P 500 cresce costantemente, ma la ricerca di posizioni lavorative è in decrescita. Questa correlazione vi sconvolge?
Io credo di leggere in questi numeri un fenomeno transitorio, figlio del fatto che la domanda globale non è alta. Iniziamo dalla Cina: è vero che sulla carta ha un 5% di crescita, però sappiamo che sta avendo difficoltà importanti perché è crollato il settore immobiliare. Prima pesava il 30% del PIL, adesso al 12%. Lo vediamo nella vendita delle auto e nel lusso, che per me è una cartina di tornasole per comprendere che il problema non è tecnologico, ma è di debolezza della domanda. Gli Stati Uniti hanno avuto comunque una crescita che però è stata figlia anche di un'accelerazione dei distributori ad acquistare merci prima degli effetti dei dazi. Vedremo delle oscillazioni i prossimi mesi finché si ribilancia la catena del valore.
Parliamo di tecnologia e impatto sull'occupazione.
Se noi guardiamo anche indietro alla prima rivoluzione industriale, tutto il guadagno di produttività che si è fatto con l'introduzione del vapore non è stato speso in minori ore di lavoro, anzi, in maggiori ore di lavoro, perché le aziende erano più competitive. Ogni volta che ci sono questi cicli di nuove tecnologie, è difficile che chi le detiene investa questo aumento di produttività in riduzione dei lavoratori. Anzi, la riduzione di lavoratori la fa l'impresa che è in difficoltà. L'azienda che ha la tecnologia più innovativa la sfrutta per crescere. Viviamo in un sistema improntato sulla crescita. Credo che nel breve e nel lungo stia nelle mani della società e della politica stabilire quanto c'è veramente a rischio in termini di posti di lavoro. Guardo con positività questi fenomeni.
Con il PNRR c'è stato un boost, ma la crescita poteva essere più sostenuta. Adesso finirà. Che cosa vi aspettate?
Lo scopo del PNRR non era solamente dare un'iniezione positiva nel PIL negli anni in cui veniva investito, ma creare le basi per essere in crescita nelle fasi successive. Il vero successo del PNRR lo dobbiamo misurare dopo il 26, quando queste infrastrutture - come quelle ferroviarie - mostreranno i risultati. La nostra rete ferroviaria è considerata un'eccellenza anche in Europa, quindi dei benefici ne trarremo sicuramente. Quello che adesso è importante è non titubare negli investimenti, attivare positivamente gli investimenti guardando non una logica nazionale, ma una logica più larga europea. Oggi più che mai è importante non operare paese per paese in maniera singolare, ma costruire progetti importanti congiunti. Se ne stanno vedendo, per esempio nel settore dello spazio con la collaborazione a tre con Francia e Germania. Sono moderatamente ma positivamente confidente che gli effetti del piano potranno essere positivi.
Quanto oggi le aziende sono davvero pronte a cambiare i processi? Le medie-piccole hanno capito che qualcosa si può fare, le grandi sono ancora lì che girano intorno ai progetti. Cosa state vedendo?
Tutte le aziende oggi sono attratte, ma non ne hanno ancora capito pienamente i benefici e quindi stanno attendendo un grado di maturità delle tecnologie più elevato per poi realmente portarle a casa. Credo che questa fase sia anche abbastanza naturale: ci saranno soggetti che saranno più pionieri nell'introduzione delle tecnologie, altri che ne beneficiano in una seconda fase. L'importante è che noi troviamo la nostra via per creare dei prodotti italiani che contengano queste tecnologie, ma le esprimano in maniera differenziale rispetto ad altri paesi. Fino ad oggi la competitività dei nostri prodotti è stata comunque un'eccellenza tecnologica - che siano i freni della Brembo o le automobili italiane. Avere oggi la forza di accelerare per far sì che queste tecnologie vengano inglobate nei nostri prodotti e quindi rendere i nostri prodotti made in Italy, ma innovativi: questa è la sfida che tutte le aziende devono portare avanti.
