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03/12/2025

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Economia e natura: la sfida della rigenerazione e il valore del Capitale Naturale

Due testi cruciali, i libri di Andrea Illy e Partha Dasgupta analizzano come il capitalismo stia erodendo le basi naturali della prosperità, proponendo soluzioni per un futuro sostenibile

Due testi recenti toccano da vicino le vere sfide che attendono l'umanità e le imprese. Coniugare progresso e crescita con un ambiente, inteso in senso lato, che non è fatto per sostenere un mondo che consuma in continuazione. Autori diversi, con esperienze diametralmente opposte, ma forse per questo da leggersi insieme.
Il primo testo è quello di Andrea Illy, dal titolo La società rigenerativa: un nuovo modello di progresso, edito fa Egea. Nel saggio l'Autore ci accompagna alla scoperta di un'economia che imita la vita: ciclica, interdipendente, cooperativa. Che non si limiti a ridurre i danni, ma sia in grado di rigenerare il capitale naturale, sociale e umano da cui dipende ogni forma di prosperità. Il capitalismo contemporaneo ha moltiplicato ricchezza e innovazione, ma ha anche eroso i fondamenti naturali su cui si regge. L'idea che la crescita possa essere infinita in un pianeta finito è una contraddizione logica prima ancora che economica. Il sistema attuale continua a prelevare risorse più velocemente di quanto la biosfera possa rigenerarle, consumando il proprio capitale naturale e trasferendo i costi ambientali alle generazioni future. Il libro nasce da questa consapevolezza: senza rigenerazione non può esserci sostenibilità, perché la sostenibilità, da sola, perpetua l'esistente; la rigenerazione, invece, ne rinnova le basi. Imprenditore e copresidente della Regenerative Society Foundation (associazione nata per promuovere un nuovo modello di sviluppo socioeconomico rigenerativo) Illy condivide il risultato di anni di ricerche e riflessioni spiegando perché sia possibile immaginare - e soprattutto costruire - un'economia che non si limiti a ridurre i danni ma che ricostruisca il capitale naturale di cui oggi abbiamo disperato bisogno.

Le radici del libro affondano nel 2015, quando Illy scopre come entro il 2050 metà delle terre coltivabili a caffè saranno improduttive a causa della crisi climatica. Questa presa di coscienza segna l'inizio di un percorso che lo porta a rimettere in discussione i fondamenti stessi del modo di fare impresa. Quella che nasce come una ricerca tecnica (come salvare una filiera vitale per milioni di piccoli produttori) diventa una riflessione globale sul rapporto tra economia e natura, progresso e limite.
Illy individua le radici di questo squilibrio nella lunga storia del pensiero occidentale. A partire dal Seicento - da Bacone a Cartesio - l'umanità ha progressivamente separato sé stessa dalla natura, trasformandola da realtà vivente in risorsa da sottomettere. Quella rivoluzione culturale, che ha alimentato la scienza moderna e il progresso tecnico, ha generato al tempo stesso un'idea di crescita fondata sull'estrazione e sull'illusione del controllo totale. "La logica estrattiva non si è fermata alle materie prime", spiega l'Autore [Illy]. È diventata la grammatica profonda del capitalismo contemporaneo, la sua sintassi nascosta. Dove l'estrattivismo prende, impoverisce, riduce, la rigenerazione dà, arricchisce, complessifica".

Ribaltare questo paradigma non significa tornare indietro o rinunciare allo sviluppo, ma ridefinire il significato stesso di progresso. Il modello rigenerativo integra la logica economica con quella biologica: misura il successo non solo in termini di profitto, ma anche in base alla capacità di un sistema di ripristinare i propri equilibri ecologici e sociali. È un'economia che imita la vita: ciclica, interdipendente, cooperativa. Il libro affronta questa trasformazione su tre piani intrecciati. Il primo è quello dell'impresa rigenerativa, che non si limita a "fare meno male", ma agisce come forza positiva di rigenerazione: un'impresa che crea capitale naturale e sociale, genera occupazione dignitosa, distribuisce valore lungo la filiera. La rigenerazione diventa così una nuova forma di competitività, fondata su innovazione, efficienza e lungimiranza.

Il secondo piano riguarda le partnership tra pubblico e privato, che dovrebbero diventare simbiotiche e non parassitarie: dove il settore pubblico crea le condizioni abilitanti - leggi, incentivi, infrastrutture - quello privato porta innovazione, efficienza, capacità di moltiplicare. Il terzo è l'applicazione settoriale: ogni industria ha bisogno della sua via verso la rigenerazione, ma tutte devono essere interconnesse. Così come il settore energetico non può decarbonizzare ignorando l'impatto sui materiali, la finanza non può allocare capitale senza considerare i rischi climatici; né la moda può produrre abbigliamento sfruttando manodopera e devastando ecosistemi.


Non si tratta di utopie, e nemmeno di buoni auspici impossibili da mettere in pratica. A dare concretezza a questa visione sono le esperienze raccontate nel volume dalla voce di imprenditori, studiosi e scienziati provenienti da mondi diversi ma accomunati dalla convinzione che la rigenerazione non sia un costo, ma un investimento in competitività, resilienza e senso: dalle filiere agricole rigenerative alla chimica verde; dalla finanza responsabile alle città progettate come ecosistemi che tengano le persone al centro.
La soluzione però non può essere lineare: occorre una visione di lungo periodo, capace di integrare dati, cultura e responsabilità. E, soprattutto, di adattarsi continuamente, proseguendo verso la direzione desiderata anche durante la tempesta. "Abbiamo costruito un sistema economico che non tollera le correzioni di rotta" scrive [Illy]. "La rigenerazione potrebbe essere una scommessa esistenziale oltre che una strategia razionale: scommettere sulla stessa creatività che ci ha portati sull'orlo del precipizio per trovarci una via d'uscita". L'autore invita a riconoscere che la rigenerazione non è solo un obiettivo ambientale, ma un progetto culturale. La crisi, afferma, non è solo ecologica ma narrativa. Viviamo in un tempo privo di grandi storie comuni e di valori condivisi. La rigenerazione, allora, diventa anche una nuova mitologia del futuro, capace di unire economia, etica e bellezza. "Evitare il collasso della civiltà richiede necessariamente un pensiero da costruttori di cattedrali medievali", riflette Illy. "Quegli architetti sapevano che stavano gettando le fondamenta per un edificio che avrebbero visto completato, nella migliore delle ipotesi, i loro nipoti. È un progetto multi-generazionale che richiede una varietà di competenze e talenti che nessuna singola persona può possedere, e dobbiamo lavorare instancabilmente verso un mondo che ancora non riusciamo a immaginare completamente, sapendo che le soluzioni tecniche continueranno a evolversi a velocità sempre maggiore".


L'altro testo che proponiamo è Il capitale naturale, di Partha Dasgupta, anch'esso edito da Egea, nel quale l'Autore invita a cambiare sguardo e a riconoscere la Natura come il vero pilastro su cui si fondano il benessere umano e la prosperità delle società. Viviamo in un'epoca in cui la crisi climatica, la perdita di biodiversità e il degrado degli ecosistemi sono diventati temi centrali del dibattito pubblico e delle politiche globali. Eppure, troppo spesso la Natura viene ancora trattata come un bene gratuito, una risorsa infinita da sfruttare senza limiti. È come se, molto tempo fa, una squadra di calcio avesse iniziato una partita contando solo i gol segnati senza fare caso a quelli subiti, e secoli dopo alzasse lo sguardo verso il tabellone scoprendo di essere a un passo dalla fine. Quella squadra siamo noi. Dasgupta propone una svolta radicale: per garantire un futuro sostenibile, dobbiamo imparare non solo a tenere in considerazione la Natura quando parliamo di economia, ma soprattutto dobbiamo iniziare a valutarla come il più importante tra i capitali che possediamo.


L'Autore parte da una constatazione semplice ma rivoluzionaria: la nostra economia è un sottosistema della Natura, non il contrario. Per troppo tempo, i modelli economici hanno ignorato i limiti biofisici del pianeta, misurando la crescita solo in termini di Pil e trascurando il valore dei servizi ecosistemici - dall'acqua pulita all'impollinazione, dalla fertilità dei suoli alla regolazione del clima - che rendono possibile la vita e la prosperità umana. Il risultato è un sistema che, pur crescendo nei numeri, erode le sue fondamenta naturali e mette a rischio il benessere delle generazioni future.
Il concetto di "capitale naturale" diventa così il cuore di una nuova visione: non solo risorse materiali, ma anche processi e servizi forniti dalla Natura (o, per usare un sinonimo più scientifico, dalla biosfera) che sostengono l'economia e la società. A differenza del capitale prodotto o di quello umano, il capitale naturale è spesso invisibile nei conti economici, ma è essenziale per la resilienza dei sistemi sociali e per la qualità della vita. Dasgupta mostra come la perdita di biodiversità, l'impoverimento dei suoli, la deforestazione e l'inquinamento non siano solo problemi ambientali, ma veri e propri fallimenti economici: stiamo consumando il capitale naturale a un ritmo superiore a quello della sua rigenerazione, compromettendo la capacità della Natura di sostenere la crescita e il benessere. Questa erosione silenziosa del capitale naturale si traduce in crisi sociali e politiche: guerre, migrazioni forzate, crisi sanitarie e conflitti per le risorse hanno spesso alla loro radice la scarsità o il degrado degli ecosistemi. Investire nella Natura significa investire nella resilienza delle società e nella capacità di affrontare le sfide del futuro.


Dasgupta invita così a superare la visione tradizionale della ricchezza, fondata solo sull'accumulazione di beni materiali, e a riconoscere che il vero progresso si misura nella capacità di mantenere e accrescere il capitale naturale. Il libro propone nuovi strumenti teorici e pratici per integrare la Natura nei conti economici: dalla "ricchezza inclusiva" - che tiene conto di capitale naturale, umano e prodotto - ai prezzi contabili dei servizi ecosistemici, fino a indicatori che misurano il benessere reale delle popolazioni. Pur utile, il Pil è un indicatore parziale e spesso fuorviante: può crescere anche mentre il capitale naturale si erode, lasciando in eredità un pianeta più povero e meno vivibile. Per questo, Dasgupta propone di adottare diversi criteri di valutazione delle politiche pubbliche e degli investimenti, che mettano al centro la sostenibilità e la giustizia intergenerazionale.


"L'assenza della Natura dalla riflessione economica corrente evidenzia un paradosso", scrive Dasgupta. "I commentatori economici chiedono giustamente che le politiche pubbliche siano basate su prove, e sanno che le evidenze raccolte saranno inutilizzabili se costruite su una concezione ingannevole della condizione umana, perché modelli mal congegnati producono evidenze false. Ma essi dovrebbero anche sapere che i sistemi di pensiero che non riconoscono che l'umanità è integrata nella Natura, quando usati per proiettare possibilità presenti e future, possono essere fuorvianti. Le scoperte degli ecologi e degli scienziati della Terra hanno dimostrato che questi sistemi di pensiero possono essere così fuorvianti che le politiche basate su di essi non solo mettono in pericolo le generazioni future, ma danneggiano anche le vite dei poveri del mondo contemporaneo. La letteratura enormemente vasta e influente in materia di economia della crescita e dello sviluppo e in materia di economia della povertà resta carente da questo punto di vista. Appare come un elaborato esercizio di solipsismo collettivo. Questo libro è un tentativo di porvi rimedio".


Federico Unnia
Aures Strategie e politiche di comunicazione


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