Gigi Beltrame
Quando troppi strumenti paralizzano il lavoro
Pensare all'AI come un software è un errore enorme, ma molte aziende, team e quindi persone ci cascano costantemente
Siamo sommersi da soluzioni, ma abbiamo perso di vista i problemi.
C'è un cortocircuito silenzioso nelle aziende italiane. Un malfunzionamento che non compare nei report trimestrali, ma che consuma risorse, tempo e soprattutto lucidità strategica.
È il paradosso dell'innovazione permanente: più strumenti abbiamo a disposizione, più fatichiamo a lavorare bene.
Manager e imprenditori lo percepiscono quotidianamente. La casella di posta si riempie di newsletter che annunciano la prossima rivoluzione tecnologica (non cancellate mica la mia!). I feed LinkedIn traboccano di entusiasmo per l'ultimo software che "cambierà tutto". I team chiedono budget per piattaforme che promettono efficienza immediata. Eppure, a fine giornata, la sensazione dominante resta quella di aver corso molto senza aver realmente avanzato.
Il problema non è la tecnologia, è l'approccio!
Stiamo commettendo un errore metodologico fondamentale: partiamo dagli strumenti invece che dalle domande. Acquistiamo soluzioni prima di aver compreso i problemi. È come comprare medicine sfogliando il catalogo farmaceutico, senza essersi mai chiesti cosa ci faccia davvero male.
L'intelligenza artificiale rappresenta il caso più emblematico di questa dinamica. Le organizzazioni la trattano come un aggiornamento di sistema, qualcosa da installare e poi vedere cosa succede. Ma questa logica passiva trasforma un'opportunità di ripensamento profondo in un semplice restyling operativo.
Prima di qualsiasi implementazione tecnologica, servirebbero riflessioni diverse.
Quali attività quotidiane consumano energia senza generare valore? Dove si annidano le inefficienze che diamo ormai per scontate? Come vorremmo realmente lavorare, se potessimo ricominciare da zero?
Sono interrogativi scomodi perché richiedono tempo, onestà intellettuale e disponibilità a mettere in discussione processi consolidati. È più semplice acquistare una licenza software che ripensare un flusso di lavoro.
La vera trasformazione digitale non è tecnologica, è culturale. Riguarda il coraggio di fermarsi quando tutti accelerano, di semplificare quando tutti aggiungono, di scegliere quando tutti accumulano.
Le aziende che prospereranno non saranno quelle con più strumenti, ma quelle capaci di usarne meno, meglio, con intenzione. Il vantaggio competitivo non si costruisce inseguendo ogni novità, ma sviluppando la chiarezza necessaria per distinguere ciò che serve da ciò che distrae.
La domanda non è quale tecnologia adottare domani. È quale lavoro vogliamo fare, e perché.
