_Novembre2012

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Bevilacqua (Cisco): realizzare l’Agenda Digitale per cambiare il futuro dell’Italia

Sono infiniti i vantaggi che imprese e cittadini avranno dalle tecnologie. Ma bisogna che queste siano comunicate meglio e di più

Imprese che recuperano produttività e competività, aprendo le porte all’internazionalizzazione. Cittadini che cambiano completamente l’interazione con la Pubblica Amministrazione. Smart cities e smart communities che migliorano sensibilmente la qualità della vita. Tutto questo sarà possibile attraverso la realizzazione della banda ultralarga e relativi servizi. A condizione che vengano compresi dalla popolazione, che deve fare un salto di qualità culturale.
Ne parliamo con David Bevilacqua, Amministratore Delegato di Cisco Italia e Vice President South Europe Cisco Systems, intervistato a latere del convegno di presentazione della ricerca ISPO “Gli italiani e l’Agenda Digitale”, recentemente tenutosi a Milano.

Bevilacqua (Cisco): realizzare l’Agenda Digitale per cambiare il futuro dell’Italia

Che cos’è e a che punto siamo con l’Agenda Digitale?
L’agenda Digitale è lo strumento attraverso il quale dovrà passare un processo di modernizzazione del Paese. Questo necessita dell’ammodernamento delle infrastrutture a banda ultralarga ma, soprattutto, non può prescindere da una serie di nuovi servizi, per aziende e cittadini. Attualmente, siamo a un punto veramente importante: l’Agenda digitale è diventata una priorità per il Governo. Ora si tratterà di vedere come sarà il decreto attuativo e quali cose verranno poi realizzate. Ma finalmente l’Italia ha un’Agenda Digitale nel programma di sviluppo del Paese.
Quali reali vantaggi porterebbe alle imprese e al cittadino?
Per le imprese, considerando un Paese come il nostro, ricco di aziende medio-piccole, soprattutto nel comparto manifatturiero, la capacità di ritrovare produttività attraverso l’utilizzo di tecnologie e il supporto all’internalizzazione, è un tema cruciale. Per i cittadini si tratta di cambiare completamente l’interazione con la Pubblica Amministrazione. Occorre rivedere non solo la digitalizzazione, ma anche i processi. Il futuro, per fare un esempio, potrà prevedere che ci cureremo in modo diverso. La telemedicina sarà sicuramente uno dei pilastri dell’Agenda Digitale, considerato anche il fatto che il nostro è il secondo Paese al mondo per anzianità della popolazione, dopo il Giappone. La sanità ha quindi un costo importante per la spesa pubblica. Pensare un modo diverso di fare sanità, utilizzando le tecnologie video, sarà un passaggio fondamentale. Ma cambierà, in generale, il modo in quale fruiamo di certi servizi: mi aspetto che non ci sarà più bisogno di doversi recare con code infinite per avere dei certificati, così come cambierà la mobilità all’interno delle città, così come le informazioni. Cambierà proprio il modo di vivere, grazie alla tecnologia come abilitatore di questi nuovi servizi.

Serve una grande collaborazione tra pubblico e privato, con una forte regia politica

Quali sono, in sintesi, i messaggi della ricerca ISPO?
Sono mesaggi positivi. Dicono che ci sono interesse, curiosità e grandi aspettative. Ci si attende un miglioramento generalizzato. Gli ambiti che secondo la popolazione potranno giovare dei progressi più immediati sono quelli culturali in primis: dalle modalità di comunicazione (che miglioreranno per il 67% dei cittadini), alla scuola (65%), all’accesso alle informazioni (64%). Ampia fiducia anche nella possibilità che migliorino servizi e infrastrutture: dalle modalità di interazione con la P.A. (61%), al servizio sanitario (60%), ai mezzi di trasporto (54%).
Si evince però una mancanza di informazione: il nostro Paese ha una grossa fetta della popolazione che non ha un accesso a internet (oltre il 40%). Si tratta tipicamente di una popolazione oltre i 50 anni, e mediamente ha come unico canale di informazione la televisione o i media più generalisti, in cui di tecnologia se ne parla molto poco. Spesso si parla del web solo per le derive negative, come pedofilia o privacy. C’è quindi bisogno di fare una comunicazione diversa, soprattutto in televisione e nei mass media, per quanto riguarda le potenzialità della tecnologia e come questa possa cambiare e migliorare la qualità della vita.

Quali i fronti su cui operare per rendere attuale l’Agenda Digitale?
Credo che debba esserci una grande collaborazione tra pubblico e privato, con una forte regia politica. Si deve fare in modo che non ci sia uno sviluppo, soprattutto nelle infrastrutture a banda ultralarga, che tenda a privilegiare i grandi centri urbani e dimenticarsi delle periferie, perchè nell’Agenda Digitale la rete dev’essere uno strumento inclusivo per aziende e cittadini. Ci deve essere un forte programma di informazione e divulgazione di quanto positivo c’è nella tecnologia. C’è quindi bisogno di un forte coinvolgimento di tutti quelli che operano in questo settore per far si che di tecnologia si parli in modo semplice, che venga compresa e, soprattutto, che venga utilizzata.

Noi siamo il fanalino di coda in molte delle classifiche europee, ma se c’è una classifica che ci vede ai vertici è quella della disponibilità dei servizi della PA. Se però andiamo a vedere il ranking che determina l’utilizzo da parte dei cittadini di questi servizi online, siamo al penultimo posto. Bisogna quindi, da un lato, comunicare che questi servizi esistono, dall’altro, renderli realmente fruibili: deve essere un’esperienza veramente semplice per l’utente. Noi dobbiamo creare le infrastrutture che rendano questo Paese evoluto dal punto di vista digitale, ma fatta l’Italia Digitale dobbiamo fare gli Italiani Digitali.
Smart Cities e Smart Communities
La ricerca ISPO ha evidenziato che il 77% degli intervistati non ha mai sentito parlare delle smart cities. Questo è un dato curioso perchè per noi che operiamo nel settore è un tema presente in tutti i convegni e su tutte le riviste di settore. Ancora una volta sembra che di tecnologia se ne parli solo tra di noi. La smart city è un passaggio, secondo me, fondamentale. In primo luogo perchè offre la possibilità di dare un aspetto concreto al digitale, cioè qualcosa che per definizione è intangibile. Nella smart city, e quindi nell’esperienza di vivere in una modalità diversa e avere servizi diversi, le persone possono percepire e in qualche modo dare un valore concreto al digitale. La preoccupazione oggi è che di fronte a questo tema ci si stia muovendo in una modalità poco organizzata. Mi spiego meglio. La smart city ha per definizione un confine ammnistrativo, per cui molti amministratori locali oggi stanno lanciando progetti di smart cities nelle loro città. Ma le comunità si muovono al di fuori dei confini amministrativi: io non posso pensare di essere per sei ore della mia giornata uno “smart citizen” e utilizzare determinati servizi, e quando valico il confine amministrativo ed entro in un comune - che non è stato così lungimirante e non ha attivato progetti di questo tipo - debba tornare ad operare in una modalità “vecchia”. Per cui, si deve uscire dalla logica del confine amministrativo e guardare alle smart communities. E poi si deve uscire anche dalal logica dei progetti pilota: non si può pensare che mettere tre lampioni intelligenti o quattro telecamere significhi rendere smart una città. Il nostro Paese tende ad essere avanti nella realizzazione di progetti pilota: si realizzano in poco tempo, costano pochissime risorse, anzi zero, alla Pubblica Amministrazione – perchè spesso sono le aziende del settore che mettono a disposizione la tecnologia – si va sui giornali e si fa comunicazione. In realtà, dopo qualche tempo, scopriamo che questi progetti sono rimasti ancora allo stato pilota in cui si trovavano quando sono stati lanciati. Per cui, ci vuole un approccio che vada oltre il confine amministrativo delle smart cities e si deve parlare di smart communities. Inoltre, si deve abbandonare il tema del progetto pilota per guardare a uno sviluppo più sistemico.

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La Rete web quindi come quarta utility?
Certamente. Tutti questi servizi di cui si parla, dalla scuola alla sanità, ai servizi della PA, si basano sul fatto di avere la rete come quarta utility. Da qui l’importanza per il nostro Paese di fare un programma forte di infrastrutturazione dal punto di vista digitale. Noi negli anni 2000 eravamo un Paese leader per quanto riguardava la diffusione di fibra e connessione banda larga. Oggi siamo rimasti più o meno dove eravamo 12 anni fa e tutti gli altri ci hanno superato. Se non ci dotiamo di una infrastruttura a banda ultralarga su cui poggiare tutti questi servizi, sarà molto difficle pensare ad uno sviluppo digitale del Paese.
Perchè l’Italia si è fermata nello sviluppo?
Credo che dipenda da molti fattori. Possono essere di tipo regolamentare, volontà politica, o forse il fatto di non aver avuto un’industria forte nel Paese. Il nostro comparto IT e TLC è magari stato poco rappresentato da un punto di vista associativo. Non è stato un interlocutore di rilievo. Alla fine, poi credo che non si sia compresa la potenzialità di questa cosa. E in questo ha avuto il suo ruolo anche l’informazione. Il tema, negli ultimi 10 anni, stato oggetto di dibattito, prima dal punto di vista tecnologico (se fosse meglio un’architettura di fibra fino alla casa o no), poi si è spostato sui servizi e delle infrastrutture (“non servono le infrastrutture perchè non ci sono i servizi”), ecc. In realtà, questo è un tema cruciale per lo sviluppo del Paese e lo si deve intraprendere, ma lo si deve comunicare in modo corretto.

Casi di aziende ce ne sono molti, anche in Italia, che grazie all’utilizzo della rete e del digitale hanno saputo ritrovare competitività e internazionalizzarsi. Molte startup sono nate sull’onda del digitale, e questo significa occupazione, soprattutto giovanile, che è un tema di massima attenzione nel nostro Paese.
Si deve quindi comunicare. Si deve parlare di tecnologia per quello che realmente è: uno strumento abilitatore. Per cui non va nè demonizzata nè esageratamente promossa. La tecnologia deve abilitare, ma tutto ciò che si può fare con essa è per lo più positivo. Ma da noi se ne parla poco e male. Ci vorrebbero qualche rappresentazione di come cambia la vita, di come le aziende diventino competitive, e fare divulgazione della positività del digitale: credo che sia un qualcosa che debba essere centrale nello sviluppo dell’Agenda Digitale.

Quindi l’informazione deve avere il ruolo decisivo di spiegare la tecnologia?
Soprattutto l’utilizzo. Spesso il nostro Paese viene indicato come particolarmente evoluto e disposto alla tecnologia perchè abbiamo 1,5 telefoni cellulari per abitante. Ma se andiamo a vedere cosa l’utente ci fa con questi telefonini c’è da riflettere. Il numero di device non determina il grado di sviluppo tecnologico di un Paese, ma è l’utilizzo che se ne fa. Qui faccio autocritica per l’industria che rappresento, sempre molto orientata al prodotto o alla soluzione, ma poco al relativo utilizzo e i benefici che se ne traggono.
L’impegno Cisco nell’Agenda Digitale
Noi fin dall’inizio siamo sempre stati un attore che ha voluto essere presente in tutti tavoli in cui si facesse divulgazione del tema del digitale. Anche in occasione di questo convegno, abbiamo voluto portare all’attenzione dei media e dei decision maker il valore della tecnologia. Dall’altro lato, siamo impegnati a far si di essere noi stessi uno strumento di divulgazione. Andiamo nelle scuole a raccontare ai ragazzini, ai loro genitori e agli insegnanti come utilizzare internet in modo corretto e consapevole. Abbiamo tutta una serie di programmi nel nostro gruppo di Social Responsablity per la divulgazione. A queste si aggiunge la Networking Acedemy, cui forniamo gratuitamente delle professioni nel mondo della tecnologia. E’ quindi un ruolo attivo anche, per esempio, nella partnership raggiunta con EXPO. Vogliamo essere al centro di quello che riteniamo potrebbe essere il progetto di trasformazione del Paese. Vogliamo essere presenti - con un investimento importante - a fianco di EXPO per realizzare a Milano, e nel sito della manifestazione, la più evoluta smart city al mondo e dare ai visitatori (non solo stranieri, ma anche italiani) l’esempio di come si possa vivere in un ambiente in cui la tecnologia abilita, ma non è invasiva, e le persono sono al centro. Nel convegno abbiamo sentito parlare di Rinascimento Digitale. Ci sono due cose che si legano bene al Rinascimento: l’Umanesimo (serve un nuovo umanesimo che porti l’uomo al centro della tecnologia), e l’Urbanesimo, un modo nuovo di vedere le città, e queste sono le smart cities.

Come giudica il DL Crescita 2.0?
Il mio parere è molto positivo, perchè finalmente abbiamo un decreto che prevede l’Agenda Digitale: ora si sta lavorando sugli emendamenti e aspettiamo di vedere quali saranno. L’importante è che quello che uscirà sia qualcosa che sia poi possibile realizzare a prescindere di quello che sarà lo scenario politico del Paese.
Quanto tempo ci vorrà per realizzare l’Agenda Digitale e per il cambio culturale necessario tra i cittadini?
Sono due fattori complicati da considerare. Dobbiamo tener conto del livello di arretratezza che il nostro Paese ha sviluppato nell’ultimo decennio, per cui c’è molto da recuperare. Il che significa una difficoltà oggettiva. Ma, come spesso succede, il vero scoglio è nel cambiamento culturale. Il gap infrastrutturale è possibile colmarlo con tempi e investimenti ipotizzabili e quantificabili. E’ più difficile cambiare la testa delle persone. E in un Paese in cui una copicua parte della popolazione pensa che internet non serva e peggiori la qualità della vita, portare tutti a comprenderne il valore non sarà un’impresa semplice.

Ma perchè è così difficile?
Credo che una cosa che manchi nel nostro Paese sia la capacità di contaminare ed essere contaminati. Io ho passato una parte della mia vita negli USA, a Palo Alto, dove ci sono le più grandi imprese del settore ICT, e in ogni momento in cui si esce dall’azienda o dall’università (Stanford) e si entra nella vita quotidiana - dal caffè allo shopping o andare al ristorante – si vive una esperienza tecnologicamente avanzata. Il territorio è stato quindi contaminato da questa grande cultura digitale. Se si viene, per esempio, nell’area di Monza-Brianza, in cui hanno sede Cisco, SAP, Alcatel e molte altre del settore ICT, quando si esce da questi edifici che ripropongono comunque un ambiente tecnologicamente evoluto, e si entra un’altra azienda non del comparto o nel primo bar, non si trova un accesso a internet o una rete wi-fi. Manca quindi questo tipo di contaminazione da entrambe le parti. Probabilmente noi dell’industria non siamo stati in grado di raccontare in modo semplice alle aziende come potesse essere efficace la tecnologia, e dall’altra parte c’è anche una scarsa voglia di essere contaminati e di apprendere.

Ma ci saranno pure degli aspetti positivi...
Assolutamente! Io sono un ottimista e vedo con grande positività quello che sta avvenendo. Credo che l’Italia sia un Paese di grandi eccellenze e lo vediamo proprio oggi: nonostante la crisi, ci sono grandi aziende italiane che continuano ad avere uno straordinario successo, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. La crisi ha accentuato le differenze, per cui oggi solo le eccellenze ce la possono fare. Chi è nella media, probabilmente, non riesce ad uscire da questa situazione. Ci deve essere quindi una continua ricerca di eccellenza. Inoltre, la percezione del nostro Paese fuori dall’Italia è molto migliore di quello che si crede. Il Paese è meglio di quello che appare sui media o in queste statistiche che ci vedono sempre all’ultimo posto. Io ho un incarico internazionale e viaggio moltissimo. Trovo che in ogni luogo e in ogni Paese il Made in Italy, non solo come prodotto, ma anche come stile di vita, sia molto apprezzato. In qualsiasi angolo del mondo se si chiede del migliori ristorante, nove volte su dieci si finisce in un ristorante italiano. Se si chiede del miglior sarto o boutique di abbigliamento ti ritrovi ad acquistare vestiti italiani. La stessa cosa per un paio di scarpe. Se uno se lo può permettere e vuol guidare un’auto sportiva, sceglie quella italiana. Questo perchè il Made in Italy si trova ovunque. Siamo riusciti, probabilmente senza che neanche ci fosse un disegno predisposto per farlo, ma siamo riusciti ad affermarci nel mondo per la qualità e lo stile. Quello che non si riesce a trovare all’estero è lo stile di vita italiano, perchè ce l’abbiamo solo noi. Appartiene alla nostra cultura e alla nostra storia. Io credo che il digitale rappresenti un’occasione importantissima, poichè da un lato permette di rendere eccellenti le aziende che magari oggi non hanno l’eccellenza nel loro DNA; e soprattutto, anche attraverso le smart cities, ci sarà modo di ridisegnare un nuovo stile di vita. Se ci dovrà essere un nuovo stile di vita, perchè non realizzarlo nel Paese che ne ha sempre avuto il primato?


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