Questione AI: mossa di marketing o di disperazione?
Sta facendo molto discutere il paper/manifesto "We Must Pace the Frontier" di Dario Amodei, fondatore e Amministratore Delegato di Anthropic, che ha di fatto chiesto un rallentamento a tutte le aziende nello sviluppo dell'AI. Amodei ha messo in guardia dal fatto che i sistemi digitali stanno imparando a migliorarsi da soli a una velocità incontrollabile per l'essere umano.
In sintesi, "Il rischio è che entro un anno sciami di agenti sintetici potrebbero prendere il controllo di parti vitali di internet. Creerebbero reti clandestine capaci di provocare centinaia di miliardi di dollari di danni a industrie e stati".
Al suo appello si sono subito aggiunti Sam Altman (Open AI) e Elon Musk (X) e Peter Thiel (Palantir), chiedendo al governo USA di istituire controlli esterni e, soprattutto, una deroga alle norme antitrust, per non rischiare le accuse di aver creato un cartello.
Trump ha sostanzialmente risposto che non se ne parla nemmeno: "Chi vince l'intelligenza artificiale, vince tutto". E al momento su questo piano gli USA sono ancora in vantaggio sulla Cina.
Chiaro che se dovessero rallentare a Pechino si stapperebbero bottiglie di champagne. Anche perché DeepSeek, Qwen (di Alibaba) e Kimi K3 (di Moonshot) hanno eguagliato le prestazioni dei concorrenti americani costando tra il 50% e il 90% in meno. E hanno il vantaggio di essere aperti e liberamente scaricabili.
Ma è veramente la tutela del lavoro umano e il controllo della sicurezza che muove le grandi aziende dell'AI? Ci credono in pochi.
Qualche maligno parla di manovra di marketing, qualcun altro azzarda l'ipotesi che la quota senza precedenti di miliardi di investimenti in conto capitale raccolti sul mercato (più quelli che dovrebbero arrivare) sarebbero estremamente difficili da ripagare. Hanno costruito data center enormi, consumato quantità folli di energia e fatto volare i bilanci dei produttori di chip e i loro. Un trend non sostenibile, visto che gli utili - quando ci sono - non sono per ora esaltanti. Ricordiamo che i mercati azionari hanno scommesso su un modello di rendita: vendere l'AI a caro prezzo ad aziende, governi e privati. Una frenata nello sviluppo o negli investimenti provocherebbe un crollo delle borse. Da qui la richiesta di una sorta di aiutone di stato su modello cinese.
David Sacks, già responsabile del settore per la Casa Bianca, ha una visione piuttosto netta in merito pubblicata su X: "Chiedere il permesso a Washington per fare un cartello mascherato da patto etico puzza lontano un miglio di manovra commerciale. Si chiede praticamente al governo di creare un oligopolio con la scusa del controllo evolutivo e della sicurezza". E aggiunge in sintesi: "L'AI negli USA è ora poco più di un duopolio, quindi, se ciò che fanno è pericoloso, che si ritirino e chiudano".
Intanto Open AI ha rinviato la propria IPO. A pensar male...
Claudio Gandolfo
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