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24/06/2026

economia

12.000 miliardi di euro inattivi frenano la crescita europea

Napolitano (BCG): risparmio bloccato, fiducia mancante e opportunità per investire. L'ostacolo non è il rischio in sé: è la mancanza di strumenti per comprenderlo e gestirlo

Le famiglie dell'Unione europea accantonano in media il 15% del reddito netto, quasi tre volte quanto fanno gli americani. Nonostante questo alto tasso di risparmio, solo il 27% dei nuclei familiari partecipa ai mercati dei capitali, contro quasi il 60% negli Stati Uniti. Il nuovo studio Cash, Capital, and Culture del BCG Henderson Institute rileva che circa 12.000 miliardi di euro rimangono immobilizzati in conti correnti, depositi o prodotti a rendimento quasi nullo. Questa massa di capitale inattivo potrebbe contribuire a colmare il divario di investimenti stimato dal Rapporto Draghi a 800 miliardi di euro all'anno.

L'indagine ha raccolto più di 13000 risposte, sia quantitative che qualitative, da oltre 5.000 cittadini di Germania, Francia, Italia e Spagna. I dati mostrano che oltre la metà dei risparmiatori europei conserva il denaro in strumenti a basso rendimento: contanti, depositi bancari, polizze assicurative o altri prodotti a capitale garantito. Due terzi degli intervistati affermano di non voler correre alcun rischio con il proprio patrimonio.
La diffidenza non è solo avversione al rischio; è soprattutto una questione di fiducia e di conoscenza. "I 12.000 miliardi di euro fermi in depositi e conti correnti non sono solo un'opportunità mancata per le famiglie europee, ma un freno strutturale alla crescita del continente", commenta Valerio Napolitano, Managing Director e Partner di BCG. "Eppure, quando ai cittadini vengono fornite informazioni chiare, verificabili e ancorate a esempi reali, la disponibilità a investire cambia in modo significativo. L'ostacolo non è il rischio in sé: è la mancanza di strumenti per comprenderlo e gestirlo. In Italia questo paradosso è particolarmente evidente, con oltre la metà dei cittadini che teme la pensione pubblica non sarà sufficiente, ma al tempo stesso si aspetta che sia lo Stato a provvedere. Colmare questo divario, tra consapevolezza del problema e capacità di agire, è la vera sfida per i prossimi anni".

Il confronto tra investimenti e gioco d'azzardo emerge ricorrente tra gli intervistati, indipendentemente dall'età. Il 55% dei giovani sotto i 35 anni dichiara di non sentirsi a proprio agio con il rischio finanziario. Se si chiede loro come consigliare un amico trentenne che ha ricevuto 10000euro da investire fino alla pensione, due terzi orientano comunque verso soluzioni conservative o moderatamente conservative, nonostante l'orizzonte temporale lungo renderebbe più ragionevole una strategia di crescita.
Lo studio evidenzia un legame diretto tra alfabetizzazione finanziaria e tolleranza al rischio: ogni punto in più di conoscenza percepita corrisponde a un aumento di 0,7 punti nella propensione a rischiare. Il 30% del campione ritiene che una migliore educazione finanziaria o una consulenza più accessibile siano il fattore principale per investire di più. Il 40% si dichiara più incline a farlo se esistesse una lista di opzioni validate dal governo. I partecipanti segnalano che il problema non è la scarsità di prodotti, ma la loro opacità; il settore "parla un linguaggio oscuro", e molti chiedono spiegazioni "per chi non sa nulla di finanza".


Per testare l'impatto della conoscenza, i ricercatori hanno presentato tre proposte di riforma pensionistica che includono l'esposizione ai mercati finanziari: fondi pensione nazionali a debito, conti individuali a capitalizzazione nel primo pilastro pubblico e pensioni aziendali integrative. Con una semplice spiegazione dei meccanismi e dei rischi, il sostegno medio alle tre iniziative raggiunge il 44%. Quando vengono aggiunti esempi concreti da Paesi già avviati a tali modelli - Svezia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi - il supporto sale di 18 punti percentuali in media, e più di un terzo di chi inizialmente era contrario cambia opinione.
In Italia, lo scetticismo verso il sistema pensionistico pubblico è forte: il 53% non crede che l'assegno sarà sufficiente, percentuale che sale al 59% tra gli under-55. Solo l'1% esprime piena fiducia. Nonostante ciò, il 51% dei giovani, il 58% della fascia di mezza età e l'80% degli anziani continuano a considerare lo Stato responsabile della previdenza, la quota più alta tra i quattro Paesi analizzati nella fascia over-55. Il sostegno italiano alle tre proposte di riforma passa dal 19% al 32% dopo la presentazione di esempi concreti, con un incremento di 13 punti percentuali. Le pensioni aziendali integrative ottengono il gradimento più alto, passando dal 38% al 43% dopo l'evidenza empirica.


Per quanto riguarda le misure accettabili per rafforzare il sistema, gli italiani mostrano la più bassa tolleranza verso aumenti di contributi o tasse (11% tra i giovani, 4% nella fascia intermedia, 8% tra gli anziani) e preferiscono il taglio della spesa pubblica in altri settori, soprattutto tra gli over-55, dove questa opzione raccoglie il 77% delle preferenze.
Lo studio individua due ambiti di intervento. Per le autorità economiche, la priorità è ridurre la confusione prima che le famiglie si avvicinino agli investimenti: introdurre educazione finanziaria nei percorsi scolastici, creare canali pubblici di informazione neutri e credibili, semplificare l'accesso ai mercati con strumenti standardizzati che rendano comparabili rischi, costi e rendimenti attesi. Per il settore finanziario, la sfida è costruire fiducia nel momento in cui le famiglie sono pronte a investire: comunicare in modo chiaro e accessibile, separare trasparente la consulenza dalla vendita, utilizzare il contesto lavorativo come canale per diffondere cultura finanziaria e accompagnarle nei periodi di volatilità. L'Europa non colmerà il divario di investimenti offrendo più prodotti, ma creando un contesto in cui i risparmiatori comprendano le scelte e trovino motivi concreti per agire.


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