Strategie di Neuropositioning per il Successo Aziendale
Perlini (B Side Lab): soluzioni per aumentare la memorabilità dei brand
In un ecosistema digitale saturato, dove l'Intelligenza Artificiale supporta già oltre il 57% dei contenuti online, la battaglia per la visibilità è diventata una guerra di logoramento. Se produrre contenuti è oggi più economico e veloce, il vero asset strategico non è più la quantità, ma la memorabilità. Abbiamo incontrato, Carlotta Perlini, psicologa esperta di Neuromarketing di B Side Lab, per farci illustrare come il Neuropositioning permetta alle aziende di passare da una comunicazione che "piace" a una che "funziona", utilizzando le neuroscienze per occupare un posto stabile nella memoria del pubblico.
Oltre il 57% dei contenuti web è ormai generato dall'AI: perché oggi "farsi vedere" non garantisce più di essere ricordati dal mercato?
Cos'è esattamente il Neuropositioning e in che modo supera i limiti delle tradizionali ricerche di mercato basate sugli analyticsIn che modo leve scientifiche possono trasformare un semplice brand in un ricordo indelebile? Come può un'azienda misurare oggettivamente ciò che "funziona" a livello cognitivo invece di affidarsi alla percezione soggettiva del gusto estetico? Con l'AI che azzera i costi di esecuzione, perché la vera sfida del prossimo quinquennio si giocherà sulla scarsità di attenzione e fiducia?
Oltre il 57% dei contenuti web è ormai generato dall'AI: perché oggi "farsi vedere" non garantisce più di essere ricordati dal mercato?
La visibilità aiuta la brand awareness, ma non basta per farsi ricordare o per farsi ricordare in modo utile agli obiettivi di business di lungo periodo. Se un contenuto diventa virale (o perché intrattiene, è polarizzante o di grande impatto emotivo) senza però portare un valore significativo all'utente in target e senza veicolare con efficacia gli attributi identitari e valoriali di brand, manca l'occasione di stabilire e rafforzare associazioni mentali utili al posizionamento. Se non crea i "trigger" d'azione adatti, non si sedimenterà nella memoria come la soluzione automatica ideale per risolvere quel bisogno specifico, e fallirà una volta che lo stesso utente si troverà davanti a uno scaffale o su un eCommerce. La produzione di una grande quantità di contenuti con AI, inoltre, se non perfettamente curati e in linea con il brand, rischia di "annacquarne" il valore e disperdere la brand equity. Se invece l'AI diventa un modo per potenziare l'immagine di brand con maggior velocità e minori costi, allora diventa un grande alleato delle aziende.
Cos'è esattamente il Neuropositioning e in che modo supera i limiti delle tradizionali ricerche di mercato basate sugli analytics?
Neuropositioning è il metodo codificato dall'agenzia ci comunicazione Tecnostudi (Bologna), insieme al laboratorio di neuromarketing B Side, per aiutare le aziende ad occupare un posto distintivo nella mente dei loro utenti. Strutturato in 8 fasi, il percorso integra analytics tradizionali a dati biometrici raccolti con metodologie neuroscientifiche e risultanze raccolte con le tradizionali metodologie di ricerca di mercato. Si tratta di informazioni "non filtrate" dalla razionalità: superano le barriere di desiderabilità sociale, temporali (la rilevazione è contemporanea all'interazione con il contenuto) e verbali tipiche dei self-report, che possono distorcere il dato e il ricordo dell'esperienza. Questa combinazione garantisce una visione a 360°, per la massima affidabilità dei risultati nel leggere le risposte del pubblico a diversi strumenti di comunicazione, e nel prevedere il loro impatto nel go to market.
In che modo leve scientifiche possono trasformare un semplice brand in un ricordo indelebile?
Suggerendo pratiche standard convalidate dalla letteratura scientifica (come l'effetto di mera esposizione, l'effetto primacy di memoria o il bias di avversione alla perdita) ma soprattutto interventi mirati e personalizzati sulla base delle specifiche di settore, azienda, touchpoint e, ovviamente, del pubblico target. Ad esempio, comprendere gli attributi e i valori realmente distintivi del brand e misurare quanto lo differenziano dai competitor permette di sviluppare un'identità coerente e messaggi che rafforzano esclusivamente associazioni mentali utili al suo posizionamento.
Come può un'azienda misurare oggettivamente ciò che "funziona" a livello cognitivo invece di affidarsi alla percezione soggettiva del gusto estetico?
Metodologie come Eye Tracking, analisi dei segnali EEG e di conduttanza cutanea, e Face Coding permettono di valutare in modo oggettivo l'esperienza che una data nicchia di mercato vive nell'interazione con un prodotto, una comunicazione o con il brand stesso. Le evidenze suggeriscono poi indicazioni utili alla strategia e all'operatività: ad esempio, chiariscono i punti di attrito cognitivo di un contenuto, quanto coinvolge emotivamente e la sua memorabilità, come viene attenzionato e cosa ignorato, oppure le associazioni mentali più forti legate al brand.
Con l'AI che azzera i costi di esecuzione, perché la vera sfida del prossimo quinquennio si giocherà sulla scarsità di attenzione e fiducia?
L'abuso di AI ha portato a una saturazione informativa tale che il cervello, per non rimanere paralizzato, gestisce ignorando tutto ciò che a primo impatto non si dimostra rilevante. Creatività standard - spesso dalla realizzazione scadente - e contenuti privi di valore non solo falliscono nell'ottenere attenzione, ma respingono immediatamente. Al contrario, proposte che risolvono le tensioni del pubblico, veicolate tramite soluzioni originali e che risuonano con la sua identità, riescono a imprimersi nella memoria anche in condizioni di scarsa attenzione, e a costruire una fiducia profonda che, al momento giusto, incentiverà la valutazione profonda e la scelta d'acquisto. Inoltre, è fuorviante dire che l'AI azzera i costi: i prodotti a costo zero sono di bassa qualità, mentre un buon prodotto generato con AI necessita di competenze, visione creativa e competenza strategica.

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