Smart working in Italia: crescita nelle grandi imprese, calo nelle PMI | BusinessCommunity.it
BusinessCommunity.it

11/11/2026

fare

Smart working in Italia: crescita nelle grandi imprese, calo nelle PMI

Corso e Crespi (Politecnico di Milano): il nuovo studio mostra 3,56 milioni di smart worker, ma una netta divisione tra grandi aziende e piccole realtà

L'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ha pubblicato i dati più recenti sul lavoro a distanza in Italia. Nel 2026 sono 3,56 milioni le persone che lavorano da remoto, una quota praticamente stabile rispetto al 2025, con una variazione di -0,3%. La stabilità nasconde però un diverso andamento tra i vari tipi di organizzazione.
Le grandi imprese contano 2,01 milioni di smart worker, un aumento del 3,6% rispetto all'anno precedente, trainato soprattutto dal settore finanziario e dei servizi. Anche la Pubblica Amministrazione registra una crescita: 590mila lavoratori da remoto, +6,3%. Al contrario, le PMI hanno 455mila smart worker, -5,2%, e le microimprese hanno registrato il calo più marcato, -15,1%.

Quasi tutte le grandi realtà private italiane hanno avviato iniziative di Smart Working: il 94% delle imprese con più di 250 dipendenti è coinvolto, un dato invariato rispetto al 2025. Tuttavia, il 14% di queste organizzazioni ha ampliato il numero di dipendenti o i giorni di lavoro da remoto, mentre l'8% ha ridotto entrambi gli aspetti.
Nel settore pubblico, il 69% delle amministrazioni ha adottato lo Smart Working, con una leggera crescita di due punti percentuali rispetto all'anno scorso. La penetrazione è quasi totale nelle PA centrali, nelle regioni, nelle università e negli enti di ricerca, ma più eterogenea negli altri ambiti.

Tra le PMI, la presenza di iniziative di lavoro flessibile è in diminuzione: il 56% delle medie imprese e il solo 27% delle piccole hanno programmi di Smart Working, con un calo rispettivamente di quattro e sedici punti percentuali rispetto al 2025. Le realtà che avevano introdotto il lavoro a distanza in modo informale, senza progetti strutturati, sono le prime a rinunciare a queste pratiche.
Oltre al semplice telelavoro, le organizzazioni stanno sperimentando nuove forme di flessibilità. Un terzo delle grandi aziende consente di concentrare le giornate di remote work in periodi prolungati sul territorio nazionale; il 15% dei dipendenti da remoto ha già sfruttato questa opzione nell'ultimo anno. Inoltre, una grande impresa su dieci sta testando la settimana corta per superare le difficoltà legate alla riorganizzazione dei processi.


Il Smart Working continua a rappresentare un importante strumento di risparmio per i dipendenti, soprattutto in un contesto di inflazione elevata e prezzi dei carburanti in crescita. Lavorare due giorni a settimana da casa permette di risparmiare circa 450euro all'anno per ciascun lavoratore, calcolato sui costi di carburante attuali.
"Dietro l'apparente stabilità nei numeri dello Smart Working c'è una pericolosa polarizzazione: nelle grandi imprese si consolida e matura, nelle PMI tende a tornare indietro", afferma Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell'Osservatorio Smart Working. "Con un mercato dei talenti sempre più dinamico, fluido e globale, questa disparità rischia di costituire un pesante svantaggio competitivo per le piccole imprese, incapaci di attrarre e trattenere lavoratori rispetto alle realtà più grandi o internazionali. Inoltre, molte organizzazioni stanno rivedendo i modelli di Smart Working adottati negli ultimi anni, proprio mentre l'evoluzione dell'AI e le dinamiche demografiche stanno trasformando il mondo del lavoro, rendendo necessario ripensare le modalità di lavoro. Il lavoro ?smart', inteso non solo come lavoro da remoto ma nella sua accezione originale basata su flessibilità, autonomia e responsabilizzazione sui risultati, rappresenta una leva strategica per affrontare i cambiamenti, anche quelli richiesti dalle tecnologie emergenti, e costruire modelli di lavoro adeguati alle nuove esigenze di persone e organizzazioni".


"Lo Smart Working ha ancora un forte potenziale inespresso in termini di lavoratori coinvolti e di maturità di applicazione", spiega Fiorella Crespi, Direttrice dell'Osservatorio Smart Working. "Ad oggi i lavoratori ai quali viene data flessibilità di lavorare da remoto sono poco più della metà dei 6,5 milioni che dichiarano che le loro attività potrebbero essere svolte in modo altrettanto efficace da luoghi diversi dalla propria sede di lavoro. E anche dal punto di vista della maturità di applicazione, ci sono margini di sviluppo: non tutti coloro che lavorano da remoto godono dei benefici potenziali dello Smart Working, risultando realmente più motivate e soddisfatte nel proprio lavoro. A fare la differenza è l'approccio con cui viene svolto: se si accompagna ad un cambiamento culturale porta benefici, se è solo un cambio di sede risulta addirittura controproducente in termini di engagement".


"Emerge un rapporto di mutuo rinforzo tra introduzione dell'AI e dello Smart Working - prosegue Crespi -: da un lato l'AI determina una minore necessità di lavoro in presenza e in sincrono, rendendo più veloce ed efficiente l'accesso da parte del singolo alle informazioni e alla conoscenza, per governare questo cambiamento occorre avere la capacità di valutare i risultati in modo critico assumendosene la responsabilità. Gli smart worker, che hanno allenato tali competenze con l'auto-organizzazione del proprio lavoro, sono, da questo punto di vista, la tipologia di lavoratori più propensa ad avere questo approccio".
Il ruolo del Smart Working nella scelta del datore di lavoro è evidente: il 42% dei dipendenti lo considera un fattore decisivo, percentuale che sale al 78% tra chi lavora già da remoto. La riduzione delle pratiche flessibili nelle PMI rischia quindi di renderle meno attraenti, soprattutto per i giovani talenti.


Un'altra criticità riguarda gli spazi fisici: tre lavoratori su quattro segnalano problemi negli uffici aziendali, dalla mancanza di aree per socializzare alla scarsa adeguatezza per il lavoro individuale o collaborativo. Per rispondere, il 60% delle grandi imprese consente di lavorare in sedi alternative, mentre il 36% utilizza spazi di coworking, con l'obiettivo di migliorare il benessere dei dipendenti e mantenere la continuità operativa.
L'interazione tra AI e Smart Working influisce anche sul modo in cui i manager assegnano le attività: il 70% ha modificato le modalità di task-allocation, affidando compiti più ampi, complessi o nuovi. I benefici percepiti includono una maggiore efficacia del team (27%), un miglior coordinamento (24%) e una maggiore autonomia (21%). Tuttavia, solo un quarto dei lavoratori verifica approfonditamente gli output prodotti dall'AI, evidenziando la necessità di un senso critico più diffuso.


Infine, l'invecchiamento della forza lavoro rende indispensabile la flessibilità. L'81% dei dipendenti desidera più flessibilità oraria, con un forte interesse per la settimana corta. Nonostante ciò, il 61% delle grandi imprese non ha ancora introdotto iniziative specifiche per le diverse generazioni; solo il 20% prevede di farlo in futuro, mentre nella Pubblica Amministrazione solo una su dieci ha avviato progetti mirati.

Aggiungi BusinessCommunity.it su Google News


Copertina BusinessCommunity.it
Sommario del magazine di questa settimana

Idee e Opinioni

Fare Business

Marketing

Digital Business

Finanza e investimenti

Sport Business

Leisure

BusinessCommunity.it - Supplemento a G.C. e t. - Reg. Trib. Milano n. 431 del 19/7/97
Dir. Responsabile Gigi Beltrame - Dir. Editoriale Claudio Gandolfo
Politica della Privacy e cookie