Il gatto di Hormuz: il paradosso di Schrödinger che scuote gli investimenti globali
Catechis (Franklin Templeton Institute): l'analisi mostra come la chiusura (e l'apertura) dello Stretto generi opportunità e rischi
Il mercato globale si trova oggi incastrato in un dilemma che ricorda la fisica quantistica: come il paradosso del "gatto di Schrödinger" lo Stretto di Hormuz è contemporaneamente aperto ai traffici ma chiuso nella percezione degli operatori. Questa incertezza trasforma la sicurezza energetica globale in un enigma difficile da risolvere per chi gestisce capitali. Kim Catechis, Senior Investment Strategist del Franklin Templeton Institute, utilizza questa metafora per descrivere una realtà dove la consapevolezza dell'importanza del Golfo Persico si scontra con la totale assenza di visibilità sui tempi del conflitto con l'Iran. È un equilibrio precario che incide direttamente sugli investimenti B2B energia e sulla stabilità delle rotte marittime.
"In qualità di investitori globali, monitoriamo costantemente l'attrattività relativa dei diversi paesi come destinazioni di investimento. Siamo abituati a gestire eventi imprevisti e, nella maggior parte dei casi, siamo in grado di valutarne e quantificarne gli impatti con una certa efficacia". Le parole di Catechis chiariscono che il problema non è solo il rischio, ma l'impossibilità di calcolarlo. La navigazione in questa regione è diventata un atto di fede che le compagnie non sono più disposte a compiere senza garanzie.
Il settore dell'energia vive una spaccatura netta. I paesi esportatori lontani dal Medio Oriente traggono vantaggio dai prezzi elevati del petrolio, ma devono affrontare costi logistici e assicurativi pesanti. Stati Uniti, Brasile e Canada hanno margini per aumentare la produzione, eppure incontrano ostacoli strutturali. Un aumento del 10% del costo del carburante non è solo un dato macroeconomico: per un lavoratore che dipende dall'auto, rappresenta una tassa diretta sui consumi. È quasi ironico che, in un'era dominata dall'AI e dalla digitalizzazione, la nostra economia dipenda ancora così tanto da quanto velocemente una nave riesce a superare un braccio di mare.
La Russia appare come il beneficiario immediato di questo caos. Le sanzioni internazionali hanno subito un allentamento per evitare shock eccessivi all'offerta globale, nonostante le raffinerie di Mosca siano sotto la costante pressione dei droni ucraini. Il Brasile, pur esportando greggio, soffre per la scarsa capacità di raffinazione e deve importare fino al 30% del diesel necessario al suo settore agricolo. Il Canada resta invece prigioniero di una rete di oleodotti insufficiente per sfruttare le sue immense riserve di sabbie bituminose.
Gli Stati Uniti mantengono un ruolo ambiguo: sono i primi produttori al mondo, ma importano circa sette milioni di barili al giorno. La colpa è di un sistema normativo rigido come il Jones Act, che rende più conveniente far arrivare petrolio dall'Europa piuttosto che trasportarlo dal Texas al Massachusetts su navi nazionali. Nel 2025, una quota significativa di queste importazioni arrivava ancora dal Golfo Persico, rendendo la sicurezza energetica globale una priorità strategica per Washington.
Gli importatori asiatici sono i soggetti più vulnerabili in questo scenario di rischio geopolitico mercati:
- Giappone, con una dipendenza dal Golfo Persico vicina al 95%;
- Vietnam, che importa il 79% del suo fabbisogno;
- Corea del Sud, attestata al 75%;
- Malesia, che dipende per il 67% dalle rotte mediorientali;
- Tailandia, con una quota del 56%.
L'India si trova in una posizione differente: importa l'88% del petrolio, ma le sue raffinerie sono tra le più sofisticate al mondo e possono lavorare greggio di bassa qualità. Secondo Catechis, questa crisi spingerà Tokyo e Seoul verso una diversificazione definitiva, accelerando l'abbandono dei combustibili fossili. Le opportunità per nuovi fornitori non mancano, ma i tempi di attivazione sono lunghi:
- Stati Uniti: lo sviluppo in Alaska richiede almeno 24 mesi;
- Brasile: l'estrazione pre-salt darà frutti concreti entro il 2030;
- Canada: le sabbie bituminose necessitano di circa due anni per nuovi volumi;
- Venezuela: servono cinque anni e investimenti massicci nelle infrastrutture;
- Mediterraneo orientale: i primi flussi significativi di gas sono attesi per il 2028.
Il rischio geopolitico mercati ha distrutto due certezze: la stabilità del GCC e la capacità degli USA di contenere l'Iran. Teheran ha compreso che minacciare l'economia mondiale con droni economici è più efficace di un test nucleare. Questa consapevolezza obbliga i paesi della regione a spostare i capitali dal turismo e dalla tecnologia verso la difesa e la resilienza infrastrutturale. L'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti stanno rivedendo le loro alleanze internazionali basandosi sul supporto ricevuto durante le tensioni.
La transizione verso un modello di "elettrostati", rispetto ai "petrostati" sta accelerando. Cina e Unione Europea guidano la corsa per ridurre la dipendenza dalle importazioni. L'UE produce già il 71% della sua elettricità da fonti pulite e nucleare. La Cina, pur consumando ancora molti fossili, domina la filiera delle rinnovabili con una quota di energia non fossile al 42%. Persino l'India e il sud-est asiatico, storicamente legati al carbone, stanno cercando una via d'uscita per ragioni di sicurezza nazionale.
Il settore automobilistico giocherà un ruolo determinante. Entro il 2030, molti mercati potrebbero seguire l'esempio della Norvegia, dove la quota di mercato di veicoli elettrici ha raggiunto ormai il 100%.
"Indipendentemente dalla durata del conflitto nell'area dello Stretto di Hormuz, le conseguenze di lungo periodo saranno probabilmente profonde: ridefinizione delle priorità in termini di sicurezza e resilienza e riorganizzazione delle catene di approvvigionamento a livello globale. Parallelamente, si assisterà sia a un'accelerazione nella transizione verso fonti non fossili nei Paesi ?elettrostatali', sia a una rivalutazione delle strategie legate alle risorse oil & gas nei ?petrostati'. Il risultato sarà una massiccia riallocazione di capitali, accompagnata inevitabilmente da decisioni non sempre efficienti, ma anche da opportunità di investimento significative".
Questo scenario costringe le aziende a ripensare ogni logica di approvvigionamento, consapevoli che il vecchio mondo energetico è ormai un ricordo sbiadito.

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