Ballarè (Manageritalia): le cinque leve per la crescita del nostro Paese | BusinessCommunity.it
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27/05/2026

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Ballarè (Manageritalia): le cinque leve per la crescita del nostro Paese

Il ruolo dei manager è decisivo: servono figure capaci di trasformare l'incertezza in strategia, accompagnando imprese e territori in un cambio di passo strutturale

Se vuole consolidare e incrementare la crescita il nostro Paese deve puntare a produttività, competenze, innovazione e qualità del lavoro. E per far questo occorrono più investimenti, più innovazione, più managerialità e più valorizzazione del capitale umano. Ne abbiamo parlato con Marco Ballarè, Presidente Manageritalia.
Dalla vostra posizione, come vedete la crescita dell'Italia in questo periodo di turbolenze geopolitiche?

Vediamo un'Italia che continua a mostrare resilienza, ma con una crescita ancora troppo debole rispetto alle sfide che ha davanti. Le ultime previsioni Istat indicano per il 2025 una crescita del Pil attorno allo 0,6% e per il 2026 dello 0,8%, sostenuta soprattutto dalla domanda interna, mentre il quadro internazionale resta appesantito da tensioni geopolitiche, incertezza commerciale e rallentamento del commercio mondiale. Tutto al netto dell'evoluzione del quadro geopolitico. Abbiamo ancor più bisogno di crescere a fronte del peso del nostro debito pubblico ha sul Pil, rapporto nel quale da pochi giorni siamo ultimi in Europa, superati anche dalla Grecia. Quindi, il debito non può essere l'alibi per non investire e crescere, ma il primo motivo per farlo e in fretta.
In questo quadro cresce anche la preoccupazione per la tenuta del potere d'acquisto, sia per chi lavora sia per chi è già in pensione. L'inflazione degli ultimi anni ha inciso in modo significativo soprattutto sui redditi fissi e sulle pensioni medio-alte, spesso penalizzate da meccanismi di rivalutazione parziale. È un tema che riguarda anche molti tra le alte professionalità e i manager senior, che dopo aver contribuito per anni alla crescita del Paese chiedono oggi maggiore attenzione alla tutela del valore reale delle proprie pensioni e del proprio patrimonio professionale.

Il punto, però, non è solo quanto cresciamo, ma come cresciamo. Per Manageritalia l'Italia può reggere la fase di instabilità e puntare ad una crescita solida solo se punta su produttività, competenze, innovazione e qualità del lavoro. E qui il ruolo dei manager è decisivo: servono figure capaci di trasformare l'incertezza in strategia, accompagnando imprese e territori in un cambio di passo strutturale.
Quali sono i fattori che potrebbero stimolare la crescita e migliorare la competitività?

La crescita oggi si stimola con una combinazione molto chiara: più investimenti, più innovazione, più managerialità e più valorizzazione del capitale umano. Le stesse prospettive Istat indicano che nel 2025-2026 saranno gli investimenti e la domanda interna a sostenere l'economia, anche grazie alla fase finale del PNRR.

Dal nostro punto di vista, bisogna agire su almeno cinque leve:
1 - accelerare la digitalizzazione delle imprese;
2 - rafforzare le competenze manageriali, aumentando presenza e gestione manageriale soprattutto nelle PMI;
3 - far crescere i servizi di mercato e soprattutto il terziario avanzato;
4 -legare meglio scuola, università e impresa per governare l'evoluzione delle competenze;
5 - semplificare il contesto normativo e fiscale per favorire investimenti e lavoro qualificato.
Manageritalia insiste molto su questo punto: senza una cultura manageriale diffusa è difficile fare innovazione, internazionalizzazione e crescita dimensionale. E vale soprattutto per le medie e piccole imprese, che rappresentano una parte fondamentale del nostro tessuto produttivo.


Quali sono i più importanti cambiamenti nel mondo del lavoro da affrontare e quale il ruolo del manager?

I cambiamenti più importanti sono sotto gli occhi di tutti: transizione digitale, trasformazione demografica, nuove aspettative delle persone, lavoro ibrido, richiesta di competenze sempre più aggiornate e maggiore attenzione a benessere, inclusione e sostenibilità. Manageritalia osserva e presidia questi temi non solo nella rappresentanza, e nell'innovazione dei sei contratti dirigenti che gestisce, ma anche attraverso servizi, sviluppo professionale, welfare e iniziative culturali e formative rivolte ai propri associati. Noi agiamo sui manager anche perché poi allarghino questa cultura e le conseguenti azioni alle loro aziende e collaboratori.


In questo scenario, il manager non è più solo il garante del risultato economico: è anche il regista del cambiamento, colui che tiene insieme performance, persone e visione. Deve saper guidare organizzazioni più agili, valorizzare i talenti, leggere i dati, prendere decisioni rapide e al tempo stesso costruire fiducia. È una leadership che deve essere insieme più competente e più umana. E in tutto questo il fine ultimo è aumentare produttività delle aziende e benessere delle persone, aspetti nei quali la trasformazione dell'organizzazione aziendale e l'utilizzo di più leve, tra le quali il welfare hanno un ruolo determinate.
L'AI rappresenta la sfida più importante per aziende e manager. Come la si affronta? E quale sarà il futuro del lavoro?

L'intelligenza artificiale è sicuramente una delle grandi sfide del nostro tempo, ma non va affrontata con paura né con superficialità. Va affrontata con governo, competenze e visione strategica. Anche nei contenuti recenti di Manageritalia il messaggio è chiaro: l'AI ha un potenziale molto elevato, ma richiede nuove responsabilità manageriali e una leadership capace di restare profondamente umana.


Per noi ci sono tre priorità. La prima è formare manager e lavoratori a usare bene questi strumenti. La seconda è governare l'adozione dell'AI con regole organizzative, etiche e contrattuali chiare. La terza è usare l'AI per aumentare produttività e qualità del lavoro, non semplicemente per tagliare costi. Il futuro del lavoro, infatti, non sarà "uomo contro macchina", ma sempre più "uomo con macchina": conteranno meno le attività ripetitive e molto di più capacità di giudizio, relazione, creatività, coordinamento e responsabilità. Ed è proprio qui che la funzione manageriale diventa centrale.
Avete recentemente presentato alle istituzioni un osservatorio sul ruolo del terziario nella crescita economica e la necessità di supportarlo anche a livello di politiche pubbliche. Quali sono state le principali evidenze?

L'Osservatorio del Terziario di Manageritalia nasce nel 2021 proprio per portare dati, analisi e proposte su quello che oggi è il principale motore dell'economia italiana. L'evidenza più forte è che il terziario di mercato vale ormai circa il 58% del valore aggiunto dell'economia italiana, contro il 49% del 1995, e che i comparti più dinamici sono soprattutto i servizi ICT e i servizi professionali, cresciuti rispettivamente del 21% e del 30% tra il 2019 e il 2024.


Un altro dato importante è che nel 2025 il terziario di mercato occupa oltre 16 milioni di addetti, mentre l'export dei servizi nel 2024 è cresciuto del 5,34%, anche se resta ancora troppo concentrato sul turismo. La conclusione per noi è molto chiara: il terziario è una leva strategica per la competitività del Paese e per lo stesso sviluppo dell'industria, perché oggi i prodotti incorporano sempre più servizi, tecnologia, logistica, competenze e relazione con il cliente. Per questo chiediamo che il terziario sia riconosciuto pienamente anche nelle politiche economiche, industriali e del lavoro.

Se si parla di lavoro non si può evitare il tema della fuga di giovani e talenti. Come si può migliorare la situazione?

La fuga dei giovani non si contrasta con gli slogan, ma rendendo l'Italia un Paese più attrattivo. I dati più recenti mostrano che nel 2024 oltre 93mila giovani tra 18 e 39 anni hanno trasferito la residenza all'estero, mentre Istat segnala che negli ultimi dieci anni hanno lasciato il Paese quasi 97mila giovani laureati.


Ma c'è un messaggio importante: molti giovani non chiudono la porta all'Italia. Due su tre si dicono pronti a tornare se trovano salari più competitivi, merito, reali opportunità di crescita e una cultura manageriale più evoluta nelle imprese. Per questo, secondo Manageritalia, servono cinque cose:
1 - crescita qualitativa dell'economia italiana puntando su settori e aziende a più alto valore aggiunto;
2 - retribuzioni più adeguate alla qualificazione;
3 - percorsi di carriera leggibili e meritocratici;
4 - organizzazioni moderne, meno gerarchiche e più orientate alla responsabilizzazione;
5 - investimenti forti su competenze, orientamento e managerializzazione delle imprese.


In sintesi: i giovani non chiedono solo un posto, chiedono un contesto in cui valga la pena costruire futuro. E le imprese che sanno offrire questo hanno anche più capacità di trattenere e attrarre talento. 

Tra annunci di chiusure e delocalizzazioni sono molte le vertenze di crisi sul tavolo del ministero del lavoro: cosa avrebbero potuto e cosa possono ora fare i sindacati?

Le crisi industriali e occupazionali richiedono oggi un salto di qualità anche nella rappresentanza. I tavoli di crisi attivi al Mimit mostrano quanto il tema sia strutturale e quanto serva un lavoro continuo tra imprese, istituzioni e parti sociali. I sindacati, a nostro avviso, possono essere davvero efficaci se fanno fino in fondo tre cose. La prima è anticipare, cioè leggere prima i segnali di crisi e non arrivare solo quando l'emergenza è esplosa. La seconda è negoziare non solo difesa, ma trasformazione, chiedendo piani industriali credibili, investimenti, formazione e politiche attive. La terza è contribuire a costruire una nuova alleanza tra tutela del lavoro e competitività dell'impresa, perché senza impresa sana non c'è occupazione duratura.


In questo senso il sindacato dei manager, quale Manageritalia è, ha una responsabilità particolare: portare ai tavoli una cultura della gestione, dell'innovazione e della sostenibilità delle scelte. Oggi la sfida non è semplicemente resistere alle crisi, ma governare le transizioni in modo più tempestivo, più equo e più strategico.
Insomma, l'Italia ha grandi energie e ricchezze, ma per liberarle davvero servono più managerialità, più fiducia nei talenti, più innovazione e una visione di lungo periodo. Manageritalia lavora ogni giorno perché crescita economica, qualità del lavoro e competitività del Paese tornino a viaggiare insieme".
Quale potrebbe essere un'azione concreta per la crescita del Paese?

Oggi abbiamo un dato molto chiaro: i dirigenti crescono più delle aziende e si concentrano sempre di più anche nelle imprese medio-piccole. Questo dimostra che la managerializzazione è già una leva di sviluppo reale, ma ancora troppo poco diffusa.


Non ci sono però dubbi sul fatto che l'Italia non crescerà finché la managerialità resterà un privilegio delle grandi imprese. Deve diventare un'infrastruttura diffusa. Per questo proponiamo un a serie di azioni per portare manager nelle PMI: è infatti lì che si gioca la partita della produttività del Paese. Questi i tre strumenti concreti:
- incentivi fiscali strutturali per l'inserimento di manager qualificati nelle PMI, legati a obiettivi di crescita, export, innovazione e passaggio generazionale;
- voucher per competenze manageriali, utilizzabili dalle imprese per progetti di trasformazione digitale, organizzativa e di sviluppo mercati;
- contratti e strumenti flessibili che facilitino l'ingresso anche temporaneo di manager nelle aziende più piccole. In questo senso anche l'attuale Contratto dirigenti terziario lo è su vari aspetti.


Non è un costo, ma un investimento: dove entra managerialità aumentano produttività, occupazione qualificata e capacità di stare sui mercati. Ma questo non basta dobbiamo anche:
- sostenere gli investimenti in servizi ad alto valore aggiunto (ICT, consulenza, logistica evoluta);
- incentivare l'integrazione tra industria e servizi lungo tutta la filiera;
- rafforzare export e internazionalizzazione dei servizi, oggi ancora sottoutilizzati. Oggi non esiste più industria senza servizi: i prodotti incorporano tecnologia, dati, logistica, relazione con il cliente. Chi sviluppa questi servizi cresce di più, esporta di più e crea lavoro qualificato.


Quindi, se vogliamo far crescere davvero il Paese, dobbiamo puntare su business e imprese a maggior valore aggiunto, accompagnare il rafforzamento del terziario, soprattutto quello avanzato, e portare più managerialità dove oggi manca di più: nelle piccole e medie imprese.

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