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04/11/2026

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Editoriale  Sulla Francia in tanti si giocano la reputazione (e qualcosa di più)

Era il 31 maggio 2016 quando l'allora presidente della Commissione europea, nel corso del Congresso dei sindaci francesi, alla domanda sul perché la Commissione fosse così indulgente con i conti pubblici francesi rispose la famosa frase «Parce que c'est la France» («Perché è la Francia»). Una frase che rieccheggia a quella altrettanto famosa del Marchese del Grillo nel film di Alberto Sordi.
Juncker giustificò così il perché dalle parti di Parigi si sia a lungo sforato sulle regole di Bilancio e del Patto di Stabilità (praticamente per quasi 20 anni) e non di poco. Per tutti gli altri Paesi c'erano sanzioni e austerity.
Ora, con deficit gemelli (interno ed esterno) alle stelle e un debito sempre più grande, i nodi vengono al pettine. I sorrisini di Merkel e Sarkozy che fecero dimettere il governo Berlusconi a colpi di spread e letterine della BCE (complice anche Draghi), sono destinati alla discarica della storia.

Così come la stessa fine rischiano di farla le agenzie di rating, che declassarono ignobilmente l'Italia senza motivi validi ma con finalità politiche: mettere in ginocchio il Paese, aprendo le porte a Monti, alla Fornero e all'austerity con 14 trimestri di recessione. Le stesse ineffabili agenzie che in questi giorni confermano il rating del debito pubblico francese pur sapendo che è insostenibile, ma che si scateneranno dopo le elezioni del prossimo anno per mettere in crisi il governo che verrà, probabilmente non gradito. Che credibilità! Eppure lo spread con i titoli tedeschi è esploso e non c'è modo di fermarne la corsa se non con misure di bilancio lacrime e sangue.
Ma Macron non ci pensa affatto e prosegue verso il baratro. 

Altresì rischia di perdere la faccia anche la BCE se non dovesse alzare i tassi, causa il riacutizzarsi dell'inflazione, per non mettere in ulteriore crisi la Francia. Altrettanto se dovesse utilizzare lo Strumento di Protezione della Trasmissione (TPI) per acquistare titoli di stato transalpini. Non si potrebbe. Va bene che a capo c'è la Lagarde, ma i falchi del Nord, sempre occhiuti ed ortodossi non glielo permetterebbero, anche per non scatenare le proteste di tutti gli altri stati membri. In molti non ne possono più di battagliare ogni anno per decimi di rapporto deficit/Pil di spesa nella finanziaria quando la Francia anziché rispettare la regola del 3%, come chiesto a tutti, anche quest'anno farà tranquillamente il 6%. E in passato ha fatto molto di più senza che nessuno avesse da ridire.


Giova ricordare che l'Italia è rimasta in procedura di infrazione perché quest'anno ha superato il tetto del 3% di 0,7 punti (causa superbonus edilizio ereditato). Classico esempio di leggi che si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici.
Sulla questione Francia sono in molti a giocarsi la credibilità. Forse stavolta vedremo molte maschere dell'ipocrisia cadere. E non basterà né una frase a effetto né qualche sorrisino per quietare la situazione, vista la crisi geopolitica che morde. 
Il rischio è che il castello di carte dell'euro venga giù.


Claudio Gandolfo


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