Job Hugging: perché i professionisti restano al lavoro nonostante l'insoddisfazione
Papotti (Robert Walters): il 70% pensa a cambiare. Non sempre si resta perché si sta bene; a volte si resta perché l'incertezza che si trova fuori sembra più difficile da affrontare di quella che si vive ogni giorno
Job Hugging è il termine coniato per descrivere la tendenza dei dipendenti a restare in un ruolo poco gratificante per timore dell'incertezza. Un'indagine recente di Robert Walters mostra che il 67% degli intervistati è poco o per nulla soddisfatto del proprio impiego, mentre il 70% ha valutato seriamente la possibilità di cambiare negli ultimi dodici mesi.
«In un contesto in cui le persone sono sempre più attente alla propria sicurezza economica e guardano al futuro con cautela, cambiare lavoro può sembrare un rischio difficile da assumere, anche quando il ruolo che si ricopre non è più soddisfacente.
È questo il paradosso del Job Hugging: non sempre si resta perché si sta bene; a volte si resta perché l'incertezza che si trova fuori sembra più difficile da affrontare di quella che si vive ogni giorno. Per le aziende, questo significa non confondere la permanenza con la soddisfazione o con un reale coinvolgimento.
Trattenere i talenti nel lungo periodo richiede più della sicurezza: servono prospettive di crescita credibili, attenzione alle aspettative delle persone e un ambiente in cui ci siano motivi concreti per scegliere di restare», afferma Walter Papotti, Country Manager di Robert Walters Italia.
Nel clima di incertezza legato al costo della vita, la stabilità economica diventa una priorità. Il 46% dei partecipanti segnala che la sicurezza del posto di lavoro è il motivo principale per restare in azienda, e l'82% la considera una priorità assoluta o molto importante nelle decisioni di carriera. Quando si chiede quale sia la principale preoccupazione legata a un cambio di lavoro, il 66% risponde con il timore di ritrovarsi in un ambiente peggiore, evidenziando la difficoltà di abbandonare riferimenti consolidati.

Parallelamente, la mancanza di prospettive di crescita alimenta il malessere. Il 75% dei rispondenti valuta le opportunità di sviluppo nella propria azienda come limitate (43%) o totalmente assenti (32%). Questo scollamento tra aspettative personali e realtà professionale spinge molti a considerare alternative, anche se il passo successivo resta incerto.
Nonostante le paure, il desiderio di evolversi persiste: il 59% dei soggetti intervistati sta cercando attivamente nuove opportunità. Il risultato è una tensione costante tra la volontà di migliorare la propria situazione e il rischio percepito di perdere le certezze attuali. Per le imprese, il dato suggerisce che garantire sicurezza non è sufficiente; occorre offrire percorsi di crescita credibili e un ambiente che motivi i talenti a scegliere di restare.

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