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18/02/2026

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Startup europee: il divario tra impegno responsabile e misurazione pratica

Agasisti (INNOVA - POLIMI): le startup vedono valore ma mancano le metriche per rendere l'impatto competitivo

Il European Responsible Start-up Practice Barometer evidenzia che la maggior parte delle start-up europee dichiara di integrare pratiche responsabili, ma solo una minoranza dispone di sistemi per misurare concretamente l'impatto. Lo studio, realizzato da POLIMI Graduate School of Management in collaborazione con la coalizione accademica INNOVA Europe, ha analizzato 433 imprese emergenti, raccogliendo dati su atteggiamenti, ostacoli e fattori abilitanti.
Il 93% delle imprese intervistate afferma di considerare responsabile la propria attività, ma solo l'81% ha avviato azioni concrete in almeno uno dei quattro pilastri: Ambiente, Sociale, Governance e Civico. Il pilastro "civico" comprende iniziative oltre gli obiettivi aziendali, come investimenti nella comunità, supporto a progetti educativi e partecipazione a programmi di rigenerazione locale.

- Sociale: quasi 4 start-up su 5 hanno lanciato iniziative, con il 61% focalizzato sul benessere dei dipendenti e il 63% sul marketing responsabile.
- Governance: il 78% adotta pratiche di buona governance.
- Ambiente: il 67% implementa misure ambientali; è il pilastro più scelto come punto di partenza, con il 39% delle start-up che si concentrano esclusivamente su questo aspetto.
- Civico: il 51% considera prioritario questo ambito, mentre quasi un quarto prevede di non affrontarlo nel prossimo anno.
Le principali barriere sono la carenza di risorse finanziarie (69%) e la mancanza di tempo (58%). Le difficoltà variano a livello nazionale:

- In Francia, il 66% segnala la mancanza di tempo, rispetto al 42% in Germania e al 36% in Italia.

- In Italia, il 64% percepisce le pratiche responsabili in competizione con altre priorità, contro il 25% in Francia e il 37% in Germania.
- In Germania, il 79% cita vincoli finanziari come ostacolo principale, rispetto al 69% in Francia e al 43% in Italia.
Il valore percepito è significativo ma non ancora strategico: il 42% riconosce un reale vantaggio competitivo, il 40% individua benefici limitati, mentre il 18% non rileva alcun valore aggiunto.
Per quanto riguarda la misurazione dell'impatto, solo il 28% delle start-up utilizza indicatori di performance (KPI) per valutare le proprie azioni. Il monitoraggio è più diffuso tra le imprese in fase di espansione (64%) rispetto a quelle in prototipazione (27%). Nei settori energia e ambiente e inclusione sociale, il 46% e il 47% rispettivamente monitorano gli indicatori, ma le percentuali restano contenute. Le difficoltà nella raccolta di dati includono risorse finanziarie insufficienti (27%), tempo limitato (25%), supporto interno carente (19%) e mancanza di competenze specifiche (18%).


La pressione degli stakeholder stimola il monitoraggio: il 40% delle start-up risponde alla domanda di informazioni sull'impatto quando è sollecitato, contro il 17% in assenza di pressione. Durante i round di finanziamento Series A, l'83% riceve richieste in merito, soprattutto da investitori a impatto (41%), investitori tradizionali (31%) e clienti (28%).
"La ricerca evidenzia un cambiamento importante: le start-up europee riconoscono il valore delle pratiche responsabili, ma non dispongono ancora in modo diffuso di strumenti e metriche per trasformarle in vantaggio competitivo. Colmare questo gap sarà fondamentale per rafforzare la capacità dell'Europa di sviluppare innovazione sostenibile nel lungo periodo", ha dichiarato Tommaso Agasisti, co-founder di INNOVA e Associate Dean for International Relations di POLIMI Graduate School of Management.

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