IRPEF, dare, avere, redistribuire: un equilibrio sempre più difficile
Cuzzilla (CIDA): dobbiamo passare a un welfare responsabile, che protegga le fragilità ma favorisca lavoro e autonomia, non nuove tasse sugli stessi contribuenti
L'IRPEF 2024 ha prodotto 1.076 miliardi di redditi dichiarati, generando 216,24 miliardi di gettito netto (193,316 per l'IRPEF ordinaria, 16,17 per le addizionali regionali e 6,76 per quelle comunali). Nonostante il numero di dichiaranti sia aumentato a 42.837.963 e i versanti a 34.105.072, il carico fiscale resta concentrato: circa 8 milioni di contribuenti che dichiarano 35mila euro lordi annui versano il 65% di tutta l'IRPEF. Al contrario, 24,8 milioni di italiani non dichiarano redditi, contribuendo poco al finanziamento del welfare.

I dati, presentati all'Osservatorio Itinerari Previdenziali in collaborazione con CIDA, mostrano una distribuzione estremamente asimmetrica. Per Stefano Cuzzilla, Presidente CIDA, i dati dell'Osservatorio pongono una questione che non è più rinviabile: «La redistribuzione senza reciprocità rischia di diventare la grande asimmetria italiana. Abbiamo universalizzato le prestazioni, ma non la responsabilità di finanziarle. Oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell'intera IRPEF. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà. È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio». Meno del 19% dei contribuenti copre quasi due terzi dell'IRPEF, mentre la spesa assistenziale è più che raddoppiata in sedici anni (da 73 a oltre 180miliardi) senza una riduzione proporzionale della povertà.
Nel 2024, le tre funzioni principali del welfare hanno assorbito 332,33 miliardi di risorse: 138,33 miliardi per la sanità, 180,5 miliardi per l'assistenza sociale e 13,5 miliardi per il welfare degli enti locali. Per coprirle, lo Stato ha impiegato quasi tutte le imposte dirette (IRPEF, IRES, IRAP, ISOST e addizionali territoriali) per un totale di 325,27 miliardi, più 7 miliardi di imposte indirette.
Una prima analisi dei contribuenti per scaglioni di reddito evidenzia i seguenti dati:
- Fino a 7.500 euro lordi: 7.968.832 contribuenti, media IRPEF 19 euro annui.
- Da 7.500 a 15.000 euro: 7.426.239 contribuenti, media IRPEF 204 euro annui.
- Da 15.000 a 20.000 euro: 4,79 milioni contribuenti, media IRPEF 1.773 euro (1.288 euro pro capite).
- Da 20.000 a 26.000 euro: 6,65 milioni contribuenti, media IRPEF 3.284 euro (2.384 euro pro capite).
- Da 26.000 a 29.000 euro: 3,0 milioni contribuenti, media IRPEF 4.413 euro (3.205 euro pro capite).
Gli italiani con redditi fino a 29mila euro rappresentano 69,78% del totale ma pagano solo 21,33% dell'IRPEF (circa 46 miliardi). Al contrario, chi supera i 35mila euro (solo 18,78% dei contribuenti) copre il 65% dell'imposta.
Le fasce più alte mostrano ulteriori squilibri: i 58.700 contribuenti con redditi superiori a 300mila euro (0,1% della popolazione) versano il 6,49% dell'IRPEF (circa 14,03 miliardi), ovvero più di 27,8 milioni di contribuenti con redditi sotto i 20mila euro.
«L'Italia, unica nel suo genere, è del resto il Paese della tripla (o forse anche più) progressività», - commenta il Professor Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche» - nel precisare che «la prima riguarda il fatto che più un soggetto guadagna e più paga; la seconda, altrettanto legittima, è data dall'incremento dell'aliquota. La terza, invece, è una progressività che si potrebbe definire quasi "occulta", perché mai evidenziata dai fautori della riduzione delle imposte, i quali di rado considerano che, all'aumentare del reddito diminuiscono fino a sparire del tutto deduzioni, bonus e sgravi, incentivando così implicitamente eventuali fenomeni di sotto-dichiarazione. Provocatoriamente verrebbe infatti da chiedersi: perché dichiarare quanto davvero si percepisce se questo significa rinunciare a possibili prestazioni sociali o altre agevolazioni (mense scolastiche, bonus trasporti e così via) da parte di Stato, Regioni e Comuni?». Questa "progressività occulta" riduce l'incentivo a dichiarare il reddito reale.
Il sistema di aliquote, nato con norme stratificate, ha prodotto più di dieci aliquote effettive, generando confusione e percepita ingiustizia. CIDA chiede che chi dichiara integralmente il proprio reddito non sia penalizzato, evitando la "benefit trap" che colpisce i lavoratori con redditi più alti.
Altre categorie mostrano disparità analoghe: il 61,4% dei dipendenti con redditi fino a 26mila euro paga solo il 12,64% dell'IRPEF, mentre il 29,96% con redditi sopra i 29mila euro sostiene il 79,66% dell'imposta. I pensionati seguono lo stesso schema, con il 16,4% dei più abbienti che paga il 49,7% dell'IRPEF. Anche gli autonomi mostrano un forte sbilanciamento: il 36,89% con redditi oltre i 35mila euro copre l'88,88% dell'imposta della categoria, pur rappresentando solo il 5,12% dei dichiaranti.
Il gioco d'azzardo aggiunge un paradosso: nel 2025 la raccolta ha raggiunto 165,3 miliardi, con entrate erariali di 11,4 miliardi; considerando il gioco illegale, la spesa media per cittadino supera di gran lunga l'imposta media versata.
Un altro grande paradosso riguarda poi la narrazione politico-sindacale che vuole le imposte, e soprattutto l'IRPEF, corrisposte dai soli (o quasi) dipendenti. Anche in questo caso i dati restituiscono però un quadro parzialmente diverso: il 61,4% dei lavoratori subordinati dichiara redditi fino a 26mila euro e paga quindi il 12,64% dell'IRPEF che, per i redditi fino a 15mila euro, viene sostanzialmente azzerata dal TIR e dalle altre deduzioni/agevolazioni. Il grosso del carico IRPEF, il 79,66% viene così a gravare sul 29,96% con redditi da 29mila euro in su e, in particolare, su quel 16,46% che dichiara oltre 35mila euro, corrispondendo il 63,14% dell'IRPEF della categoria. Discorso simile per i pensionati: quelli con redditi fino a 26mila euro lordi annui sono il 66% e versano il 26,64% del totale IRPEF (all'interno di questa fascia si concentrano del resto le prestazioni parzialmente o totalmente assististe); il grosso delle imposte (66,19%) grava quindi sui pensionati con redditi dai 29mila euro in su e, ancora di più oltre i 35mila euro, i quali versano il 49,7% dell'IRPEF pur rappresentando solo il 16,4% del totale.
Per quanto riguarda gli autonomi, infine, sopra la soglia dei 35mila euro si conta il 36,89% dei contribuenti che pagano quasi tutta l'IRPEF della categoria, ben l'88,88%. Una situazione di grave squilibro, difficile da sostenere nel tempo: il totale dell'IRPEF pagata dai lavoratori autonomi è pari a 25,64 miliardi di euro, cioè l'11,86% del totale del gettito 2024, benché la categoria raccolga solo il 5,12% dei contribuenti dichiaranti e circa 600mila autonomi godano di regimi fiscali agevolati.
La spesa assistenziale a carico della fiscalità generale è cresciuta a dismisura negli anni (dai 73 miliardi del 2008 ai 180,5 del 2024), di pari passo però - altro paradosso - con il numero di poveri relativi e assoluti registrati da Istat. «Rincorsa a nuovi bonus e agevolazioni da parte di una politica alla perenne ricerca di consenso elettorale, da una parte, e inefficienze della macchina organizzativa anche in termini di verifiche e controlli - spiega Brambilla - hanno purtroppo alimentato il mito del "meno dichiari e più avrai dallo Stato", cui oggi il Paese appare pericolosamente aggrappato».
«Ora serve un nuovo patto tra fisco e welfare: riportare l'ISEE alla sua funzione originaria, costruire una banca dati unica per sapere chi riceve cosa e concentrare le risorse sulle reali condizioni di bisogno. E ogni recupero strutturale dall'evasione deve tradursi, per quanto possibile, in un minor carico su lavoro e redditi regolarmente dichiarati. Dobbiamo passare a un welfare responsabile, che protegga le fragilità ma favorisca lavoro e autonomia: non nuove tasse sugli stessi contribuenti, ma più contribuenti chiamati a fare la propria parte», conclude Cuzzilla.

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