Il carbone è il fulcro della strategia energetica di Pechino
Noi sempre più green ma poveri e Pechino sempre più ricca e potente. La Cina si conferma come il principale esportatore mondiale di tecnologie per il clima ma al tempo stesso non accenna a ridurre la sua dipendenza dalle fonti fossili tradizionali. Il nuovo piano quinquennale per l'energia rivela una traiettoria ambiziosa per le rinnovabili senza però rinunciare al combustibile solido. Le autorità di Pechino considerano infatti la produzione termica una base di supporto per la stabilità del sistema elettrico nazionale. Nonostante la crescita massiccia di eolico e solare, la strategia energetica cinese punta sul carbone come rete di sicurezza contro l'instabilità delle reti moderne.
Le tensioni geopolitiche globali, incluse le criticità nello stretto di Hormuz, hanno spinto il governo a diversificare con forza l'approvvigionamento. Se per il petrolio la Russia rappresenta un partner commerciale solido, per il carbone la risorsa è disponibile direttamente nel sottosuolo nazionale. La pianificazione energetica prevede che la produzione da fonti pulite raggiunga il 30% del totale entro il 2030. Attualmente questo valore si attesta intorno al 22% ma il percorso verso la decarbonizzazione appare meno lineare del previsto. La leadership asiatica ha deciso che vento e sole diventeranno le colonne portanti della rete, ma il fossile continuerà a crescere per coprire i picchi di domanda o i cali di produzione naturale.
"Il piano quinquennale per il settore energetico appena pubblicato dalla Cina offre ben pochi motivi di entusiasmo", ha dichiarato Lauri Myllyvirta, cofondatore del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) e professore dell'Università di Helsinki. Secondo l'esperto del centro finlandese, gli obiettivi attuali permettono aumenti della produzione da fonti fossili che contrastano con gli impegni internazionali sul clima. La riduzione dell'intensità di CO2 e il raggiungimento del picco delle emissioni entro il 2030 sembrano traguardi difficili da conciliare con la realtà dei cantieri aperti.
I dati pubblicati dall'organizzazione Global Energy Monitor (GEM) mostrano numeri impressionanti sulla capacità produttiva:
- la Cina ha attivato il 78% di tutte le nuove centrali a carbone del mondo nell'ultimo anno;
- il Paese detiene l'86% della capacità globale di energia fossile attualmente in costruzione;
- la produzione di energia pulita deve salire di 8 punti percentuali in sei anni;
- l'energia eolica e solare sono destinate a diventare il pilastro del mix energetico interno;
- le carenze registrate dall'idroelettrico due anni fa hanno accelerato il ritorno ai combustibili solidi.
Per chi opera nel settore degli investimenti energie rinnovabili B2B, il mercato cinese resta un paradosso vivente. Da un lato abbiamo una nazione che investe cifre record per dominare la catena del valore globale di batterie e pannelli, dall'altro una struttura interna che non può fare a meno delle vecchie ciminiere per non restare al buio. Questa schizofrenia industriale è figlia della necessità di alimentare un apparato manifatturiero che non ammette pause. Il mercato globale carbone subisce l'influenza diretta di queste scelte politiche che vedono la sicurezza energetica prevalere sulla rapidità della transizione.
D'altronde, è quasi poetico pensare che i pannelli solari che installiamo con tanto orgoglio ecologico in Europa siano stati prodotti in fabbriche alimentate dal fumo scuro di una miniera della Mongolia Interna. Gli investimenti cinesi nel settore green servono a conquistare i mercati esteri mentre in patria si preferisce tenere i piedi ben piantati in un deposito di antracite. Nondimeno, la resilienza della rete elettrica orientale dipende da questa flessibilità forzata. Quando l'eolico ha mostrato segni di cedimento nei mesi scorsi, sono state le vecchie caldaie a salvare la produzione industriale.
Il ruolo del carbone come sostegno flessibile è diventato un dogma per i vertici di Pechino: la stabilità delle forniture elettriche non è negoziabile. Le aziende del settore devono quindi navigare in un contesto dove la leadership climatica è più una questione di export che di consumo interno immediato. Sebbene la spinta verso l'elettrificazione stia accelerando, i volumi di combustibile fossile bruciati continuano a segnare record difficili da ignorare per chi si occupa di sostenibilità globale. Ma a Bruxelles tutto ciò che fa la Cina va sempre bene, e quindi si continuano ad acquistare pale eoliche e pannelli solari. Rigorosamente Made in China.
Claudio Gandolfo
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