Benvenuti nell'era in cui sbagli se usi o non usi l'AI comunque - Punto e a capo - @gigibeltrame | BusinessCommunity.it
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04/02/2026

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Gigi Beltrame

Benvenuti nell'era in cui sbagli se usi o non usi l'AI comunque

Usarla è tradimento, ignorarla è eresia. Cronaca di un'isteria collettiva che ci rende tutti idioti, con o senza algoritmo

C'è una nuova forma di giudizio sociale che serpeggia nelle conversazioni da bar, nelle riunioni aziendali e soprattutto nei dibattiti online. Si chiama AI shaming, e funziona con una logica tanto semplice quanto demenziale: qualunque cosa tu faccia con l'intelligenza artificiale, stai sbagliando.
Hai usato ChatGPT per scrivere un'email? Sei un impostore, un truffatore della creatività, un essere umano che ha rinunciato alla propria umanità per trenta secondi di comodità. Non sai più pensare. Hai esternalizzato il cervello. Probabilmente non sai nemmeno più allacciarti le scarpe senza chiedere a un chatbot.
Non hai mai aperto un tool di AI generativa? Sei un dinosauro, un luddista romantico, un relitto dell'era analogica che si ostina a scrivere a mano mentre il mondo corre. Resti indietro. Sarai sostituito. Probabilmente pensi ancora che il fax sia tecnologia d'avanguardia.

In entrambi i casi, sei un AI scemo. Congratulazioni.
La cosa straordinaria di questo fenomeno è la sua natura intrinsecamente perdente. È un gioco in cui non esiste la mossa vincente, solo infinite variazioni della sconfitta. È come se la società avesse deciso, in un raptus di masochismo collettivo, che l'unico modo per sentirsi intelligenti sia far sentire stupidi gli altri. E l'intelligenza artificiale, con la sua capacità di polarizzare qualunque discussione, è diventata l'arena perfetta.
Da una parte abbiamo i puristi, i custodi della sacra fiamma della creatività organica. Per loro, usare l'AI è come mettere il ketchup sulla carbonara: tecnicamente possibile, moralmente imperdonabile. Ogni testo generato con assistenza algoritmica è un affronto alla dignità umana, un tradimento della fatica che nobilita lo spirito. Che poi loro usino correttori automatici, traduttori online e suggerimenti di Google per completare le frasi, questo è irrilevante. Quello è diverso.

Dall'altra parte troviamo i tecno-entusiasti, convinti che chi non abbraccia l'AI stia sostanzialmente rifiutando l'elettricità. Per loro, ogni resistenza è paura, ogni cautela è ignoranza, ogni preferenza per il metodo tradizionale è un patetico attaccamento al passato. "Adattati o muori", proclamano dal loro account LinkedIn, con la stessa profondità filosofica di un biscotto della fortuna.
Il vero problema, naturalmente, non è l'AI. È che abbiamo trovato l'ennesimo pretesto per dividerci in tribù e lanciarci pietre. Prima erano le scelte alimentari, poi le preferenze politiche, poi la marca dello smartphone. Ora è il rapporto con gli algoritmi generativi. La sostanza non cambia: abbiamo un bisogno patologico di giudicare.

E mentre litighiamo su chi sia più autentico, più moderno, più intelligente, ci sfugge un dettaglio: l'intelligenza artificiale è uno strumento. Come un martello, come una penna, come un foglio Excel. Puoi usarlo bene, usarlo male, o non usarlo affatto. Nessuna di queste opzioni ti rende automaticamente un genio o un cretino.
Ma questo richiederebbe sfumature, e le sfumature non generano engagement.
Alla fine, l'AI shaming dice molto più di noi che dell'intelligenza artificiale. Racconta di una società che ha perso la capacità di discutere senza schierarsi, di valutare senza condannare, di accettare che le persone possano fare scelte diverse senza che questo costituisca un affronto personale.


L'ironia finale? In tutto questo dibattito sull'intelligenza, artificiale o meno, l'unica cosa che scarseggia davvero è proprio quella: l'intelligenza. Quella umana, intendo. Quella che dovremmo avere di serie.
Ma forse per quella non c'è ancora un aggiornamento disponibile.

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