Editoriale Se la crisi di Germania e Francia mette in crisi il nostro export
La bilancia dei pagamenti è sempre un ottimo indicatore sull'andamento dell'economia reale di un Paese. Forse il migliore. L'Italia ormai da molti anni ha un surplus di bilancio (esport meno import) secondo solo alla Germania, ma con cifre molto inferiori. Quest'ultima ha come al solito truccato le carte, e con una politica mercantilista ha abbondantemente superato quel tasso del 6% di surplus consentito che è scritto ben chiaro nei trattati di Maastricht, pena sanzioni. Esattamente come la famosa e funesta regola del 3% di deficit di bilancio.
Naturalmente non è mai accaduto nulla, se non fosse che con questa politica predatoria votata unicamente all'export, Berlino ha messo in crisi praticamente tutti gli stati aderenti all'euro. Questo è stato concepito come un marco che, a differenza di quando rappresentava solo la moneta tedesca, legandosi alle altre divise non poteva più rivalutarsi, come avrebbe dovuto.
E con la depressione dei consumi interni nell'eurozona, unitamente ai vincoli di bilancio, Berlino ha accumulato quella montagna di surplus che ha fatto arrabbiare gli USA. Da qui le sanzioni per concorrenza sleale. Adesso l'economia tedesca è in crisi nera, la Francia sconta il problema dei deficit gemelli (quello pubblico e quello della bilancia commerciale), e gli altri Paesi d'Europa non sono più mercati di sbocco per le merci prodotte in area euro perché troppo costose.
Se a tutto ciò sommiamo questioni geopolitiche, le guerre, i prezzi dell'energia, i dazi trumpiani (ma non solo quelli), e una frenata dell'intera economia mondiale, ecco che anche il nostro export inizia ad arrancare e lancia segnali di allarme.
L'Istat ha comunicato che su base annua, i Paesi che più contribuiscono alla flessione dell'export a gennaio sono Francia (-7,5%), Stati Uniti (-6,7%), Germania (-4,8%) e Regno Unito (-12,3%). Aumentano solo le vendite dirette verso Svizzera (+15,5%), Cina (+14,6%) e Austria (+5,1%). I nostri migliori clienti riducono gli acquisti. Tra i settori che più contribuiscono alla flessione tendenziale dell'export si segnalano coke e prodotti petroliferi raffinati (-38,2%), macchinari e apparecchi non classificati altrove (n.c.a) (-7,3%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (-9,2%). Per questi ultimi il calo è più vistoso, visti i volumi esportati e quanto si spinge sui prodotti Made in Italy.
Certo, per ora la bilancia commerciale su anno è ancora positiva, specialmente se non consideriamo la componente energetica. Ma a gennaio abbiamo fatto un -4,6% in valore e un -5,8% in volume per l'export, a fronte di una riduzione dell'import a valore del 7,4%. Se continuiamo così, il futuro non è certo roseo.
Claudio C. Gandolfo

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