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28/10/2026

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L'automotive europeo sacrificato in nome del green

Se fino a poco tempo fa chi faceva notare che aprire le porte agli investimenti in automotive cinesi poteva esser trattato come un soggetto che si opponeva al progresso e alle opportunità di business, adesso sono in tanti a dovere chiedere scusa. La tesi di questa contrarietà è che il blocco delle auto a motore endotermico e l'apertura di mega fabbriche di auto elettriche nella UE fossero solo un cavallo di troia architettato per aggirare i dazi e che avrebbe messo in ginocchio l'intero comparto europeo. E ci sono le prove. Un recente articolo del New York Times rivela quale sarà il nostro futuro attraverso ciò che è accaduto alla Thailandia, un tempo nota come la "Detroit d'Asia".

Lì era nata da decenni una fiorente industria di PMI che lavorava per conto dei grandi marchi giapponesi come Toyota, Isuzu, Honda e Nissan, che avevano radicato nel territorio una sterminata rete di fornitori locali, capace di dare lavoro a oltre 700.000 persone. Con l'adozione delle politiche green, Bangkok ha aperto le porte al futuro, ma ha dimenticato di blindare la porta di casa. La transizione ecologica corre veloce e il governo thailandese ha scelto la strada degli incentivi a pioggia per attirare la produzione veicoli elettrici. Nel 2022 la strategia politica sembrava vincente: dazi azzerati e sussidi generosi hanno spinto i giganti della Cina a investire massicciamente. Il risultato è un dominio quasi totale dei marchi cinesi. In soli quattro anni, queste aziende sono arrivate a controllare l'85% del mercato elettrico locale. Le vendite di auto a batteria rappresentano ormai un terzo del totale nazionale. Eppure, questo successo statistico nasconde un collasso industriale senza precedenti per l'economia reale di Bangkok. Questo ha provocato l'esodo dei colossi giapponesi e il crollo della componentistica automotive.


Un veicolo elettrico richiede molte meno componenti rispetto a un modello a combustione interna. I produttori thailandesi di marmitte, stampi e trasmissioni sono stati tagliati fuori dal nuovo corso tecnologico. Molte aziende locali stanno dichiarando fallimento perché non sono riuscite a convertirsi a una tecnologia che viaggia su binari diversi. Gli investimenti diretti esteri arrivati da Pechino non hanno creato l'indotto sperato. I marchi cinesi mantengono il cuore tecnologico nella madrepatria. In Thailandia arrivano kit già pronti per il montaggio finale. Batterie, semiconduttori e software restano un segreto custodito.  E' quasi ironico pensare che per inseguire un'economia verde si stia rottamando la stabilità sociale costruita in decenni di collaborazione con l'industria nipponica.


La Thailandia rischia di diventare un semplice assemblatore di scatole di metallo prive di valore aggiunto locale. I giapponesi avevano condiviso tecnologie e creato una classe dirigente tecnica. I nuovi attori sembrano preferire un modello a compartimenti stagni. Nonostante tutto, la politica di Bangkok prosegue sulla rotta tracciata, sperando che il volume delle vendite possa compensare la perdita di sovranità industriale. Pechino non sta esportando progresso economico, ma sta riversando sui mercati internazionali una sovrapproduzione industriale cinese costruita su una montagna di sussidi pubblici. L'illusione che l'apertura di nuovi stabilimenti in Europa possa rigenerare il settore automotive europeo si scontra con una strategia commerciale molto aggressiva. Come in Thailandia quando un produttore asiatico decide di investire nel territorio della UE, spesso non cerca partner locali ma porta con sé un modello produttivo blindato. La realtà è amara. Queste operazioni non generano ricadute positive per le aziende del territorio, agendo piuttosto come teste di ponte per aggirare i dazi doganali senza integrare realmente la produzione nazionale. Come avvertito da chi vi si opponeva.


La filiera componentistica auto italiana, francese e quella tedesca rischiano di finire ai margini, trasformate in semplici spettatrici di un processo che le esclude sistematicamente. Gli operai europei vengono spesso destinati a compiti di basso profilo, diventando assemblatori di componenti spediti da lontano, quasi fossero i terminali fisici di un gigantesco eCommerce della manifattura pesante dove il valore intellettuale e tecnologico rimane ben protetto in Asia. Il vero pericolo risiede nello smantellamento di un sistema produttivo che ha richiesto decenni per essere perfezionato. La meccanica di precisione, che costituisce l'ossatura economica di molte regioni tra Italia, Francia e Germania, non può competere con chi opera al di fuori delle logiche del mercato libero. Smantellare questo sapere tecnico è un'operazione che richiede pochi mesi di scelte politiche miopi. Ricostruire un distretto industriale è un'impresa che richiede generazioni e capitali immensi che, una volta fuggiti, difficilmente decideranno di tornare. Sarebbe opportuno che i decisori a Bruxelles guardassero con maggiore attenzione a quanto già avvenuto in Thailandia, dove l'illusione verde ha già iniziato a mostrare le sue crepe. Gli investimenti esteri B2B dovrebbero essere un motore di crescita condivisa, non una colonizzazione.


Non è un caso che molti osservatori inizino a temere una desertificazione industriale senza precedenti. Eppure si continua a inseguire un modello che premia la velocità a discapito della tenuta del sistema. C'è una certa ironia, quasi poetica, nel pensare che per salvare il pianeta stiamo decidendo di rottamare l'unica vera forza economica che ci è rimasta, ovvero la nostra capacità di costruire prodotti complessi e di alta qualità. Se non si cambia rotta, il rischio è di trovarsi con un continente pieno di pannelli solari e batterie straniere, ma con le officine deserte e i centri di eccellenza trasformati in grigi musei della tecnica. E di tutto ciò ringrazieremo sempre l'Unione Europea e il suo Green Deal.




Claudio Gandolfo


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