Rampazzo (Endeavor Italy): il "Give-back" è il modello vincente per le startup italiane
Dal 2016 a oggi il network ha supportato 53 scaleup, che complessivamente hanno raccolto 8,5 miliardi di dollari di finanziamenti
Endeavor è una rete globale che seleziona e supporta imprenditori ad alto impatto che stanno ridefinendo i propri ecosistemi in mercati emergenti o non ancora maturi, e che compie i suoi primi 10 anni in Italia. Bending Spoons e Satispay fra le scaleup supportate. Recentemente ha realizzato il report Empowering Italian Entrepreneurs, in collaborazione con il Politecnico di Milano, sull'evoluzione dell'ecosistema italiano delle startup. Ne abbiamo parlato con Marco Rampazzo, Managing Director di Endeavor Italy.
Un decennio di cambiamenti: come è stato?
Questi 10 anni sono stati fondamentali per dimostrare che l'innovazione ad alto impatto può nascere e prosperare anche nel nostro Paese.

Quando siamo partiti nel 2016, lo scenario in cui ci trovavamo era profondamente diverso: in pochissimi credevano che dall'Italia si potessero costruire aziende tecnologiche e innovative di rilevanza globale e l'ecosistema era ancora frammentato e immaturo. Basti pensare che nel 2016 i finanziamenti di Venture Capital in Italia ammontavano a soli 179 milioni di dollari, a fronte dei 2,2 miliardi della Germania e dei 3,5 miliardi del Regno Unito, con un numero di operatori Venture Capital attivi di sole 25 unità.
Dieci anni dopo, i risultati parlano chiaro e mostrano una crescita straordinaria. Dal 2016 a oggi, come Endeavor Italy abbiamo affiancato 53 scaleup eccellenti (tra cui veri e propri campioni dell'innovazione nazionale, come gli unicorni Bending Spoons e Satispay) capaci di raccogliere complessivamente 8,5 miliardi di dollari di finanziamenti, creare 8.400 posti di lavoro e far crescere i propri ricavi aggregati di 75 volte dal 2017, raggiungendo quota 2,4 miliardi di dollari. Il caso più noto è Bending Spoons, che, con la quotazione al Nasdaq a Wall Street lo scorso luglio, ha raggiunto un traguardo storico. Inoltre, per intercettare il talento nelle fasi più precoci, abbiamo sviluppato in Italia il programma Elevator con il sostegno della Fondazione Sviluppo e Crescita CRT, ente impact oriented di Fondazione CRT, accompagnando 60 pre-scaleup che dal 2022 al 2026 hanno già raccolto 211 milioni di dollari di capitali.
L'identikit del founder: come si riconosce chi può trasformare un mercato?
In un decennio abbiamo analizzato più di 3.000 aziende, ma solo 53 sono entrate a far parte del nostro network. Il nostro processo di selezione è molto rigoroso e coinvolge sia il team italiano che i vertici internazionali di Endeavor, con l'obiettivo di trovare progetti ad altissima scalabilità guidati da persone fuori dal comune. Attorno all'identikit di chi fonda un'impresa ad alto impatto circolano spesso diverse convinzioni errate. I dati del report Empowering Italian Entrepreneurs di Endeavor e Politecnico di Milano permettono di fare chiarezza, sfatando i tre principali falsi miti sul profilo dei founder.
Il primo riguarda l'idea che la formazione del founder debba essere elitaria o conseguita in prestigiose business school. Sebbene la preparazione sia molto elevata - il 93% è laureato e il 72% in possesso di una magistrale - solo il 17% dei founder ha conseguito un MBA e il 2% un dottorato. Conta di più l'equilibrio delle competenze: il 44% ha un background tecnico-scientifico e il 42% economico-gestionale. Il secondo falso mito vuole che l'esperienza internazionale sia un requisito indispensabile. Se è vero che il 63% dei founder ha studiato o lavorato all'estero, un significativo 37% non ha mai vissuto fuori dai confini nazionali e ha comunque costruito aziende ad alta crescita, dimostrando che la visione globale non dipende solo dal luogo di studio o di lavoro.
Infine, si tende a credere che per farcela serva essere per forza imprenditori seriali. I dati dicono l'opposto: ben il 67% dei founder è alla prima vera impresa (first-time founder). Ciò che fa davvero la differenza non è l'aver già avviato startup, ma l'esperienza professionale maturata sul campo: il 72% vanta un solido background in azienda o nella consulenza (con il 39% proveniente esclusivamente dal mondo corporate).
L'effetto moltiplicatore del 'Give-Back': come si democratizza il successo aziendale?
Il "give-back" è l'anima e il vero motore del modello Endeavor: è il principio secondo cui gli imprenditori giunti al successo scelgono di reinvestire tempo, competenze e capitali per supportare la generazione successiva di founder. Endeavor ha formalizzato questa pratica e oggi l'85% dei founder dichiara di aver maturato una propensione ancora maggiore al give-back grazie al percorso intrapreso.
I dati del report confermano il successo di questa evoluzione culturale: 9 imprenditori su 10 della nostra rete partecipano attivamente ad attività di restituzione come mentor, investitori informali o valutatori nei panel. Inoltre, tra le aziende con ricavi superiori ai 20 milioni di dollari, il 63% dei founder effettua donazioni finanziarie dirette a Endeavor per sostenere la community. Questo meccanismo innesca un potente "effetto moltiplicatore" che va oltre la singola azienda. Tra gli oltre 420 founder entrati in contatto con il network tra selezioni, programmi ed Elevator, 67 hanno successivamente fondato 74 nuove startup e 29 hanno assunto ruoli manageriali in nuove imprese ad alta crescita.
Gli effetti del cambiamento: la solitudine delle decisioni e come ci si adatta ai salti di scala.
Anche quando una startup non ha problemi di capitali e i finanziamenti arrivano, i fondatori si trovano spesso ad affrontare una sfida silenziosa ma logorante: la solitudine decisionale. Gestire una crescita repentina, fare scelte strategiche critiche e sopportare forti pressioni personali sono passaggi complessi. Endeavor interviene soprattutto qui, offrendo un supporto che va oltre il capitale. Il nostro pilastro è la mentorship: mettiamo a disposizione una rete globale di oltre 5.000 mentor e facilitiamo il confronto diretto con altri imprenditori che hanno già affrontato e superato le stesse identiche sfide, offrendo oltre 1.000 ore di affiancamento. Inoltre, aiutiamo i founder ad adattarsi ai salti di scala facilitando l'accesso a risorse chiave: li connettiamo a un network di oltre 1.700 realtà di Venture Capital per i round di finanziamento successivi e forniamo i contatti strategici necessari per l'espansione commerciale nei mercati esteri.
Le sfide dei prossimi dieci anni: AI, divario di genere e la scala europea
Nel nostro primo decennio l'obiettivo era contribuire a far nascere e strutturare un ecosistema che prima quasi non esisteva, nei prossimi dieci è necessario colmare il divario con i mercati internazionali più maturi. Per farlo, abbiamo davanti alcune sfide cruciali. La prima è senza dubbio l'Intelligenza Artificiale: dobbiamo iniziare a usarla per creare modelli di business scalabili e competitivi a livello globale. Poi c'è il tema dell'imprenditoria femminile: in Italia solo un founder su dieci è donna, un numero che racconta un divario enorme oltre che una grande perdita di talento e opportunità per il Paese. Tutti gli attori dell'ecosistema dell'innovazione hanno il dovere di impegnarsi per liberare questo potenziale.
Allo stesso tempo, dobbiamo continuare a far crescere la cultura del give-back e accelerare i tempi di maturazione delle nostre imprese, aiutandole a diventare grandi più velocemente. Ma la vera partita del futuro si gioca su scala europea. Non possiamo più pensare in un'ottica puramente nazionale: la sfida è costruire una piattaforma integrata a livello europeo, dove capitali, talenti e idee possano circolare liberamente. Solo così potremo creare dei veri campioni continentali in grado di competere con i giganti americani e asiatici. Se questi primi dieci anni hanno dimostrato che l'Italia può stare al tavolo dei grandi, ora il prossimo decennio servirà a decidere quanto lontano vogliamo spingerci.

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