Prezzi del petrolio in rialzo: le tensioni geopolitiche spingono il Brent oltre i 100$
Willis (Columbia Threadneedle Inv.): nel breve termine prevediamo che i prezzi delle materie prime costituiranno un ostacolo non indifferente
Il prezzo del petrolio ha superato i 115$ al barile, registrando un incremento del 59% dall'inizio del conflitto. La curva dei futures sul Brent indica un valore di circa 100$ al momento, con una previsione di discesa verso 85$ entro dicembre. Anche così, il livello rimane ben al di sopra delle stime pre-guerra, che prevedevano intorno ai 60$ al barile entro la fine del 2026.
"Ci sono chiaramente rischi al rialzo se dovessimo assistere alla chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, o, addirittura, a un'ulteriore escalation della situazione", afferma Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments. "Sono in corso colloqui di pace con i mediatori, ma resta centrale la scadenza del 6aprile fissata dal presidente Trump: entro tale termine l'Iran dovrà accettare un accordo, altrimenti gli Stati Uniti potrebbero colpire le infrastrutture energetiche del Paese, con il rischio di una inevitabile reazione iraniana".
Nel weekend, i ribelli Houthi dello Yemen hanno lanciato il primo missile contro Israele, supportati dall'Iran. Si tratta del loro ingresso diretto nel conflitto attuale e richiama gli attacchi passati contro le navi nel Mar Rosso, dove lo Stretto di Bab al-Mandeb funge da punto nevralgico per il traffico marittimo verso il Canale di Suez. Un'interruzione in questa zona potrebbe creare un ostacolo aggiuntivo alle catene di approvvigionamento globali, generando pressioni al rialzo sui prezzi delle materie prime.
"Un'interruzione in questa zona rappresenterebbe un ulteriore grave ostacolo per le catene di approvvigionamento globali e comporterebbe rischi al rialzo per i prezzi delle materie prime", prosegue Willis.
Un eventuale accordo di pace che includa lo Stretto di Hormuz potrebbe consentire la riapertura dei traffici marittimi, normalizzando i flussi di esportazione. Tuttavia, un'intesa che escluda questo punto sarebbe probabilmente inaccettabile per il presidente Trump, compromettendo la capacità di sblocco dei rotte.
Le ripercussioni non si limitano al petrolio: si osservano aumenti anche nei prezzi del gas, dell'elio, dell'ammoniaca e dell'urea, quest'ultima fondamentale per la produzione di fertilizzanti e, di conseguenza, per i costi dei generi alimentari. Le scorte esistenti stanno diminuendo, così come le riserve di emergenza, che hanno subito prelievi recenti.
L'oro, che fino a poco tempo fa aveva registrato una performance positiva, ha subito una caduta del 14% dall'inizio della guerra, poiché le preoccupazioni inflazionistiche stanno superando la sua funzione di bene rifugio contro gli shock geopolitici nel breve periodo.
"Il futuro rimane incerto: dipende davvero in primis dalla politica e dalla scelta di Trump di seguire la via dell'escalation o della de-escalation, e poi dalla reazione dell'Iran", aggiunge Willis -
Lo Stretto di Hormuz non è chiuso né minato; quindi, un compromesso potrebbe permettere una riapertura rapida. In caso di escalation, però, potrebbero verificarsi attacchi alle infrastrutture energetiche, scenario al quale l'Iran ha già dichiarato di rispondere.
Nel fine settimana, Trump ha parlato al Financial Times riguardo al controllo del petrolio iraniano, un'ipotesi ancora considerata remota, ma che mantiene alti i rischi al rialzo per le materie prime qualora la tensione aumentasse ulteriormente. "Continuiamo a vedere timori anche sul fronte dell'offerta, con impatti differenziati nelle varie parti del mondo, destinati ad accentuarsi qualora la situazione attuale si protragga nel mese di aprile, afferma Willis. "Sosteniamo che le prossime due settimane potrebbero fornire indicazioni utili per capire quale sarà la direzione da seguire".
All'inizio del conflitto, Trump aveva ipotizzato operazioni militari della durata di quattro-sei settimane; ora ci si avvicina alla fine di quel periodo, ma i prezzi energetici rimarranno elevati a causa del premio di rischio incorporato. Un eventuale sviluppo positivo su un accordo di pace potrebbe generare movimenti al ribasso, mentre l'incertezza rimane la condizione dominante per i mercati finanziari.
In generale, c'è molta incertezza. I mercati finanziari continuano a essere turbati dall'attuale situazione geopolitica e, "nel breve termine, prevediamo che i prezzi delle materie prime costituiranno un ostacolo non indifferente; tuttavia, se si dovesse giungere a una qualche forma di risoluzione, ci sono ancora motivi per essere ottimisti nel lungo termine", conclude Willis.

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